SENZA TITOLO CON CIO' CHE RESTA 2026
Memoria e protezione in forma sintetica
Termoformatura in polistirene, legno, smalto, vetro, ceramica, alluminio, polistirolo, polipropilene, cm 74x34x36
Untitled with what remains 2026 (Memory and protection in synthetic form), Thermoformed in polystyrene, wood, enamel, glass, ceramic, aluminum, polystyrene, polypropylene, 74x34x36 cm
Questo lavoro nasce da ciò che resta, non da ciò che manca.
Lo slittino è un mezzo che non porta da nessuna parte: serve solo a trattenere qualcosa mentre scivola via. È un oggetto dell’infanzia, ma non ha niente di innocente. È già carico di una perdita. Per questo mi interessa.
Sul piano dello slittino nero, il mio bicchiere rosso con neve artificiale, fragile e ossessivo, conservato sotto vetro come un residuo mentale, una reliquia privata che non chiede redenzione. La piega bianca in termoformatura non lo protegge davvero: lo raffredda, lo sospende, lo consegna a un dopo. È un gesto postumo. Non salvo l’oggetto, lo metto in pausa. La piega trattiene l’urto, ma non lo cancella.
Penso allo slittino di Citizen Kane, a Rosabella, e alla sfera di vetro con la neve. L’infanzia non ritorna, si ripete come un’immagine chiusa, che continua a muoversi senza andare avanti. La memoria non chiarisce, stratifica. È una forma di immobilità attiva.
Penso anche allo slittino di Beuys, al suo kit di sopravvivenza. Lì c’era una promessa di guarigione. Qui no. Qui restano solo materiali minimi, fragili, combinati per resistere il tempo di un equilibrio provvisorio. Non credo nella salvezza, credo nella possibilità di restare in piedi un attimo in più.
Lo slittino, in fondo, è un dispositivo del dubbio. Non serve a fuggire, né a tornare indietro. Serve a prendere atto che il movimento esiste anche quando siamo fermi. L’arte, forse per me, è questo: un tentativo di abitare il dopo, senza spiegazioni né consolazioni.
Gino Sabatini Odoardi
Pescara, 6 febbraio 2026
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This work originates in what remains, rather than in what is absent.
The sled is a vehicle that leads nowhere; it exists solely to hold something in place as it slips away. An object of childhood, it is nonetheless stripped of innocence, already burdened with loss. It is precisely for this reason that it becomes significant.
On the surface of the black sled, my red glass filled with artificial snow, fragile and obsessive, preserved under glass like a mental residue, a private relic that asks for no redemption. The white thermoformed fold does not truly protect it: it cools it, suspends it, delivers it to an afterward. It is a posthumous gesture. I do not save the object; I place it on hold. The fold absorbs the impact, but does not erase it.
The work inevitably recalls the sled in Citizen Kane—Rosebud—and the snow-filled glass sphere. Childhood does not return; it reiterates itself as a sealed image, continuing to move without progressing. Memory does not clarify; it accumulates. It operates as a condition of active immobility.
Another reference emerges in Beuys’s sled and its survival kit, where a promise of healing was still present. Here, that promise is absent. What remains are minimal, fragile materials, assembled to endure only the duration of a provisional equilibrium. There is no faith in salvation, only in the possibility of remaining upright for a moment longer.
Ultimately, the sled functions as a device of doubt. It neither enables escape nor return; rather, it registers the existence of movement even in stillness. For me, art resides here: in the attempt to inhabit the aftermath, without explanation or consolation.
Gino Sabatini Odoardi
Pescara, 6 February 2026
