MARIO FRANCO

"PIEGHE E POLVERE" *

 

La vita e la morte, il sacro e il profano, la memoria e l’oblio: il tema della contraddizione è presente in questa mostra, che s’inaugura domani. Sculture, installazioni e disegni tra i più recenti dell’artista e un’opera pensata ad hoc per la città di Napoli: "Senza titolo con polvere".

 

Due temi apparentemente contraddittori, la memoria e l’oblio, caratterizzano la mostra di Gino Sabatini Odoardi, dal titolo “Pieghe e Polvere”, che si inaugura al Palazzo delle Arti di Napoli (PAN) domani pomeriggio alle 18 e sarà visitabile fino al 28 settembre 2016. Ed altre antitesi si alternano e si integrano: morte-vita, fede-agnosticismo, sacro-profano. L’artista nato nel 1968 e formatosi sugli insegnamenti di Ettore Spalletti, Fabio Mauri e Jannis Kounellis, è alla sua prima mostra napoletana, promossa dall’Assessorato alla cultura in collaborazione con la galleria Gowen Contemporary di Ginevra, e con la curatela di Maria Savarese.

In mostra ci sono lavori più recenti di Gino Sabatini Odoardi: le sue sculture, installazioni e disegni, si interrogano sul problema della memoria, per capire se il ricordo possa essere probante o se non sottolinei quell’essenza che i lacaniani chiamano il “manque”, vale a dire la mancanza. Significa che dietro ogni informazione ci sono una lacuna o un incubo o un desiderio: possiamo imbatterci in una realtà che il ricordo stesso può contribuire a realizzare.

“I suoi deragliamenti concettuali mirano a scardinare le logiche, le abitudini percettive e cognitive - scrive la Savarese in catalogo – per aprire nuovi insospettabili orizzonti di senso. Nelle sue opere, le pieghe di apparentemente morbidi e sinuosi panneggi sono costituite in realtà dalla stessa consistenza marmorea, come simulacri oggettuali”.

Alla città di Napoli Sabatini Odoardi dedica un’installazione ad hoc: si chiama “Senza titolo con polvere” ed è nata da una giornata passata dall’artista nel Cimitero Monumentale di Poggioreale, presso le tombe di uomini illustri come Benedetto croce, Salvatore di Giacomo, Ferdinando Russo, Raffaele Viviani, Gaetano Donizetti, ed altri. L’artista prende ispirazione dalla morte, la fine della fine; la fine che mette fine al futuro così come al passato e al presente, la “cosa” della quale nessun essere umano ha memoria perché la morte stessa è la fine della memoria ed il ricordo è lo strumento grazie al quale i vivi conoscono e dimenticano, capiscono e si fraintendono. Su queste lapidi, sommerse dalla vegetazione selvatica dove il degrado si impadronisce della dignità, Sabatini Odoardi opera con l’intento discreto di sottrarle all’oblio: ne rimuove la polvere per quattro ore di seguito, stringendo tra le mani gli stracci di cotone “sporchi di senso” che si tramutano in opere per la costruzione dell’installazione in mostra. “Tutta Napoli è così - dichiara l’artista – viva e rovinata allo stesso tempo. Tutto è bello, orrendo e in disordine, niente funziona bene tranne il passato. Ciò nonostante Napoli ha la stupefacente capacità di resistere alla paccotiglia kitsch da cui è oberata, una straordinaria possibilità di essere continuamente altro rispetto agli insopportabili stereotipi che la affliggono”. Le antinomie di Sabatini Odoardi prendono corpo attraverso la tecnica della termoformatura in polistirene, che lo ha reso un artista dal linguaggio unico nel panorama italiano e internazionale. E’ una tecnica che produce dei “sottovuoti” opachi - bianchi, neri o rossi - che contengono oggetti scelti dall’artista che restano imprigionati sotto plastica rigida.

 

Napoli, 9 settembre 2015 

 

Articolo pubblicato su "La Repubblica" il 9 settembre 2015 nella rubrica Società - Spettacoli, Cultura, Sport -  Arte/Il personaggio.