MARIA SAVARESE

"PIEGHE E POLVERE"

 

“Ricordare è capire”

Robert Lepage, 2015

 

Forma e sostanza, contenitore e contenuto, il dentro ed il fuori, sacro e profano, il senso dato e la ricerca di senso altro: usa creare nella dualità Gino Sabatini Odoardi. Seguendo una traiettoria aschematica, l’artista s’insinua nelle pieghe del reale, scandaglia significati inattesi, tracciando trappole di senso, ironiche e paradossali, che approdano al sistematico rovesciamento del punto di vista tradizionale, standardizzato, sul mondo e le dinamiche che ne regolano l’andamento. I suoi deragliamenti concettuali, mirano a scardinare le logiche, le abitudini percettive e cognitive per aprire nuovi insospettabili orizzonti di senso. Nelle sue opere, le pieghe di apparentemente morbidi e sinuosi panneggi, sono costituite in realtà dalla stessa consistenza marmorea, come simulacri oggettuali s’impossessano della scena, giustapposti a piccoli simboli religiosi, come la statuina della madonna legata in trittico da un filo serpentineggiante ai comandi di un gamepad per play station ed ancora la sagoma del bicchiere, reiterata e declinata in ogni possibile articolazione lirica ed evocativa. Un’invasione di “non oggetti” cristallizzati per sempre, grazie alla tecnica della termoformatura ci ricordano che nulla è come appare, rappresentano una continua sfida all’approccio conoscitivo accademico, un continuo stimolo ad andare al di là del risaputo, del già consolidato racconto delle certezze acquisite. Un invito a fare tabula rasa, per rimettere in discussione credenze che rendono l’uomo imbalsamato, impacciato nella sua visione e scelta di vita, libera ed autenticamente evoluta. Come un automa, l’individuo si nutre di racconti, e procede cieco e sordo, in percorsi obbligati. Relegato nell’imperativo categorico del consumo e del consenso, pacifico e pacificato, come fosse narcotizzato dalla fede religiosa, dai “grandi racconti” prima e dallo strapotere del consumo e della comunicazione/propaganda ora. E’ qui che s’innesta l’operazione dell’artista.

Sabatini Odoardi provoca un cortocircuito, lo spettatore è messo di fronte ad un continuo interrogativo: davanti a cosa mi trovo? Come è stata realizzata questa scultura, parla a me di me ed al contempo ha un significato universale. Le sue opere si presentano come mine percettive, insidiose, perché costringono a “vedere” quel che per pigrizia e quieto vivere non vogliamo né vedere né accettare. Questo accadeva in Senza titolo con fantasmi del 2007: in questa performance, termoformature di oggetti in forma seriale erano presentate e vendute da immigrati africani, seduti con aria assorta e ieratica su piccoli sgabelli. Un cortocircuito tra merci e persone: le prime possono circolare liberamente in Europa e tra i paesi occidentali, i secondi no ed in quanto fantasmi, sono destinati all’oblio.

Così come la riflessione dell’installazione di bicchieri Si beve tutto ciò che si scrive del 2002, in cui lui costringeva a mettere in discussione tutto quel che ci viene raccontato sul reale. Siamo veramente sicuri che quel che ci viene detto sia vero? O il significato ultimo delle cose ci sfugge? Il senso ci sfugge, la verità ci sfugge.

Anche la memoria ci sfugge scivolando nell’oblio, e lo spettatore se ne rende conto, camminando ed aggirandosi tra le sale del PAN|Palazzo delle Arti di Napoli, provando ancora una volta un senso di straniamento, di fronte all’installazione realizzata per Napoli, Senza titolo con polvere: innanzitutto, ci si rende conto che qui l’artista è riuscito a toccare corde profonde ed il messaggio diviene universale, essendosi soffermato ed avendo indagato ed esplorato ciò che è stato, quel che è rimasto, quel che sarà progressivamente ed inesorabilmente dimenticato. Il tema dell’indagine ora è incentrato sulla dimenticanza. Questa volta il dialogo che l’opera instaura con l’osservatore si fa empatico: attraverso l’arte viene evocato il vissuto, la memoria storica di un luogo e dei suoi protagonisti, dei quali conosciamo unicamente le biografie tramandate, ma non i particolari esistenziali. I drappi bianchi disegnano asimmetriche geometrie che sfuggono alla sagoma in grafite di un bicchiere che non ce la fa a contenerle interamente. Le pieghe dei drappi, emblema dell’inconoscibilità dell’esistenza, sono elementi che ricorrono spesso nella prassi di Sabatini Odoardi ed insieme alla polvere depositata dai secoli, divengono ora testimoni di un’assenza, rievocano storie di vite e dell’inesorabilità dello scorrere del tempo. L’artista si oppone con tenace ostinazione alla dimenticanza, sottrae all’oblio la memoria di uomini illustri che fecero grande la storia della città partenopea; ancora una volta, viaggia in controcorrente, laddove vi è inerzia e cecità percettiva, instilla il dubbio e risveglia le coscienze e la capacità critica, con i suoi simulacri oggettuali ci costringe a vedere e riflettere sui meccanismi percettivi e gli automatismi esistenziali; laddove c’è abbandono e dimenticanza, si sofferma con il suo gesto delicato e potente, che risveglia la sensibilità e riaccende la memoria di ciò che è stato e non deve essere abbandonato. La sua azione principalmente drammatizza un riscatto, sottrae i nomi di quegli uomini e la loro memoria, a quel “nulla” a cui erano destinati, desiderando, carezza dopo carezza, di restituire dignità alle loro sepolture abbandonate e ingiustamente vilipese.

In queste opere, realizzate in seguito ad un sopralluogo nel Cimitero Monumentale di Poggioreale, irrompe potente l’evocazione: tracce di storia sono davanti ai nostri occhi e non è più possibile sfuggirvi. I fazzoletti nominali, scandiscono con le loro geometrie inattese, momenti di riflessione nel percorso espositivo, rievocano la presenza dell’assenza ed il rapporto tra luce e buio, tra la vita e la morte; la piega è l’emblema di questa dualità, un sottile confine tra gli opposti. L’azione messa in campo da Gino Sabatini Odoardi assume il ruolo di denuncia e testimonianza al tempo stesso, afferma fortemente la necessità della memoria, sottolineando incisivamente la responsabilità individuale, nel mantenimento della stessa.

Come malinconiche reliquie “sporche di senso”, così definite dal loro autore, questi drappi bianchi ricordano la vita che non c’è più, si fanno necessità di testimonianza e momento di riflessione su ciò che rappresentano questi uomini illustri nella cultura partenopea e non solo. Rammentano la memoria dell’oblio, rappresentano un disperato ultimo baluardo che contrasta l’annullamento definitivo dell’identità, sono tracce e legami identitari che tessono trame sottili per una ricostruzione della memoria storica di un popolo.

L’arte è il messaggero, noi siamo i custodi, forse non perfettamente in grado di poter modificare lo stato attuale delle cose, ma con il potere evocativo dell’indagine di quest’artista abbiamo la possibilità d’incrinare la catena silente dell’oblio pur non avendo mai chiavi di lettura ed interpretative una volta per tutte date e definitive; del resto lui stesso non potrebbe fornircele, dal momento che il significato ultimo e la memoria si divertono a nascondersi tra le pieghe dell’esistente e nella polvere del tempo.

 

Napoli, settembre 2015