MARCELLO CARRIERO

"UNA DIGRESSIONE SUL TEMA DEL BICCHIERE"

 

Isolato da uno schema, il bicchiere da osteria di vetro trasparente, strombato, è poggiato sul tavolo in prospettiva insieme ad altri uguali che segnano, in progressione, profondità e orizzonte. Al lato del bicchiere più vicino una freccia indica “Vino” al suo interno. Il vino è inclinato contraddice la planarità orizzontale, mette in crisi la fisica, quasi dicesse alla Magritte “questo non è un bicchiere” oppure “questo non è vino”.

 

Sto parlando di un disegno giovanile di Gino Sabatini Odoardi eseguito a 14 anni. Questo artista della East Coast italiana è ora celebrato con una mostra al Museo PAN di Napoli. Personalmente vidi un suo lavoro nel 2002 al Museo Laboratorio dell’Univesità La Sapienza di Roma, il MLAC dove avevo appena concluso il mio Master in cura critica e istallazione museale.

 

Il lavoro che vidi era quello dei bicchieri. Sì, proprio loro, bicchieri da osteria allora pieni per metà di liquidi densi e scuri. Forse del vino? No, è inchiostro? Costellavano la grande parete ricurva di un’ala del museo disposti su rade mensoline che appena contenevano la circonferenza del fondo. Il liquido all’interno aveva qualcosa di seducente, ma anche un sapore domestico e dialettale, poiché era dentro quelle pareti di vetro, dentro quell’oggetto. Quei contenitori, così ordinari e uguali,  lontani dal calice fighetto degli aperitivi in Centro, riportavano il loro contenuto a una forma schietta e dialettale che forse a me, studente di provincia, rimembrava casa,  e  diceva che anche il semplice suono della parola può caricarsi  di  senso.  Il bicchiere ha un posto particolare nella poetica di Gino Sabatini Odoardi, almeno quanto il carbone per Kounellis o lo specchio per Pistoletto. Rappresenta quella messa in forma del liquido sfuggente, inebriante e sacro, simbolo sia di transustansazione sia di dionisiaca follia. Nel lavoro di Gino assume  un valore metonimico, il cui portato simbolico si mostra per le vie più impensate, lambisce l’ironia  e talvolta il dramma, talaltre la citazione colta.  Raffaele Gavarro nel testo critico che accompagnava la mostra di Gino nel 2006 al Museo delle Arti del Castello di Nocciano sottolinea come questo bicchiere sia il contenitore della vita, una sorta di “Vaso di Pandora” . Nel bicchiere, infatti, Gino ci inserisce fatti e misfatti della storia, grandi promesse e piccole meschinità dell’uomo contemporaneo, dalla religione alla più banale affermazione del sé. Noi ci “beviamo tutto” sembra dire a volte Gino, oppure “ ci siamo bevuti il cervello!” altre volte invoca un innalzamento della materia inerte a fenomeno.   Gino usa  la  regola  formale del gotto di vetro,  quello strombato da osteria per intenderci, per dare  alla materia   un modo per stare  al mondo. Belli sono anche i bicchieri disegnati sul polistirene, tirati da linee scattanti di grafite quasi fosse una violenta risposta all’inerzia amorfa della superficie bianca, segna così uno spazio vuoto non muto ma urlante, non sobrio ma ebbro di azione.

Anche quando ripete la scena più volte non s’avverte un’ossessione quanto, invece, il ritmo di una danza  o la cadenza di una decorazione.

 

Palermo, settembre 2015