FRANCESCA GANZENUA

"GINO SABATINI ODOARDI" *

 

Difficile accostarsi all’opera di questo giovane artista senza rimanerne destabilizzati. Il terreno su cui ci muoviamo sembra slittare continuamente sotto i nostri piedi. Proprio questa è, infatti, l’intenzione di Sabatini Odoardi: insinuare il dubbio, rimettere in discussione la realtà, rompere gli equilibri su cui poggia la nostra cultura, scardinando le nostre sicurezze, in un gioco di specchi infiniti, un continuo rimando senza risposta. Bersaglio della sua opera è il pensiero tradizionale, il modo di porsi dell’uomo (e il suo continuo bisogno di conferme) di fronte all’inconoscibilità del mondo. Nessun giudizio a priori, quindi, è insito nell’artista che lascia al fruitore completa libertà interpretativa. Le antitesi morte-vita, Dio-agnosticismo attraversano trasversalmente tutta la sua opera. Più volte (come in “Impossibilità espressa”) affronta il tema del vino, simbolo pregnante nella sua dimensione transustanziale, stravolgendone il senso, in una continua fluttuazione di significati, una sorta di misticismo illogico. La simbologia sacra è solo il punto di partenza per un’operazione coraggiosa, estrema, dissacratoria. La ripetizione diventa rituale, sfida. Tutto avviene come nel mondo dei bambini. Il gioco reitera la vita quotidiana, impone altre leggi, significati. Il pensiero e l’immaginazione generano uno spazio altro, un tempo assoluto.

E’ lo spazio della memoria, indissolubilmente legato al concetto di Postumo, il protagonista di opere come “Nudo” o “Opera concepita postuma”.

Immobilizzare oggetti in qualche maniera precari (il vino, l’acqua, gli abiti, la scala), è il tentativo estremo di esorcizzare l’atavica paura della morte, la nostra transitorietà, caducità fisica e spirituale. Nella società contemporanea dove tutto cambia freneticamente, in cui le immagini televisive generano uno scollamento fra noi e il mondo, Sabatini Odoardi prende tempo, lasciandoci intravedere una meta-realtà in cui è ancora possibile fermarsi e riflettere.

 

Roma, Gennaio 2002

 

* Testo critico pubblicato sul catalogo "La mia prima volta" a cura di Costantino D'Orazio in occasione della mostra collettiva organizzata dall'Associazione "Il cielo sopra Esquilino", Ed. Futuro, Roma, (7 febbraio 2002), p. 59.