CECILIA CASORATI

"GINO SABATINI ODOARDI" *

 

“L’arte non deve essere considerata un lusso. Essa vive e palpita in ogni cosa e non attende altro che la si trasferisca nella realtà quotidiana. Soltanto quando questo avviene, l’arte è ciò che dovrebbe essere”.

 

(Ludwig I nel porre la prima pietra della Nuova Pinacoteca nel 1846)

 

Questa è la prima – per importanza, anche se non cronologicamente – mostra personale di Gino Sabatini Odoardi.

Il giovane artista – così lo considero, benché sia ancora un allievo dell’Accademia di Belle Arti dove ho la fortuna di insegnare, perché dell’artista Gino possiede non solo la passione e il talento ma anche la capacità di riflettere e di elaborare, uniti a una buona dose di senso critico – ha scelto un nucleo di opere che vanno dal 1994 al 1997 e che evidenziano una coerente linea di indagine, le cui radici “problematiche” si situano all’inizio del Novecento (più precisamente nell’opera/pensiero di Marcel Duchamp) e che si ramificanoin alcune tra le più interessanti ricerche artistiche contemporanee.

 

Una delle più note dichiarazioni – forse quella che con maggior precisione disegna la sua posizione nel panorama artistico contemporaneo – dell’artista/sciamano tedesco Joseph Beuys sostiene che la soluzione “dell’enigma supremo dell’opera d’arte” è l’uomo; e prosegue: “questa è la soglia che identifico come fine del modernismo e di ogni tradizione”.

La democratizzazione della sfera estetica e la realizzazione di un’esistenza creativa teorizzate da Beuys, hanno contribuito allo sviluppo e all’allargamento del concetto di cultura, nondimeno, e proprio grazie alla loro “apertura”, hanno spianato la strada al dilettantismo e alla banalizzazione interpretativa.

Nonostante i numerosi tentativi di rilegarla nella sfera del semplice gioco intellettualistico, del sofisticato e inutile passatempo concettuale, l’arte contemporanea – forse proprio in virtù della sua enigmaticità – continua a mostrare le proprie capacità “sorprendenti”.

La stessa “sorpresa” abita le opere di Gino Sabatini Odoardi.

Il liquido dei bicchieri – “Impossibilità espressa”(1995) – che contraddice la legge di gravità; i titoli dei giornali – “Tonaca: 18 maggio 1996” (1996) – che decorano, annientando il suo secolarevalore simbolico, un saio; la plastica e il sottovuoto – “Nudo”(1997) – che conservano e rendono unico un momento (altrimenti) uguale a tanti altri, sono gli elementi che compongono il linguaggio di Gino Sabatini Odoardi.

Le opere di questa mostra non sono soltanto intuizioni nitide, invenzioni sottili ed essenziali da un punto di vista formale ma soprattutto formulazioni singolari e intelligenti e caparbie affermazioni dell’autonomia dell’arte. Le cose, gli oggetti vengono separati dalle loro relazioni consuete e divengono segni, tracce che l’artista raccoglie e ricompone, creando una realtà altra, chiusa all’ordinarietà del significato, all’arroganza del senso comune.

In tal modo Sabatini Odoardi afferma che si può dire ancora qualcosa sul proprio tempo e ribadisce l’indipendenza – sebbene come ho già detto, siano evidenti le fonti– del suo percorso artistico ed è questa felice indipendenza che gli auguro di saper mantenere.

 

Roma, Giugno 1998

 

* Testo critico pubblicato in occasione della mostra personale “Gino Sabatini Odoardi” a cura di Enrico Sconci (24 - 26 Luglio 1998) ex Convento Oratorio delle Grazie - Alanno (Pe) sul periodico d’Arte e Architettura Art e Tra n. 9, Luglio 1998 (numero speciale monografico), ed. MUSPAC Museo sperimentale d’Arte Contemporanea, L’aquila, 1998, p. 6.