CLAUDIO LIBERO PISANO

"LA SICUREZZA DEGLI OGGETTI"

 

Costruire opere, seguirne la realizzazione fin nel minimo particolare, lavorare per anni a limare una tecnica e portarla esattamente al punto voluto. In un processo niente affatto casuale, Gino Sabatini Odoardi ha cercato con ostinazione il procedimento degli imballaggi industriali, l’ha studiato e poi manomesso alle sue regole trasformandolo in opera. Nel corso del tempo ha affinato questa sua ricerca, ma l’obiettivo era chiaro già dai primi esperimenti, realizzati con gli oggetti sottovuoto. Nel processo operativo di GSO la termoformatura è già concettualmente l’opera, non un semplice stratagemma esecutivo perché l’artista le affida tutta la sua ricerca intellettuale, la sua visione del mondo e delle regole che lo muovono.

L’essenza dei suoi lavori finiti si trova nell’etica, nelle idee e nei valori che costituiscono un bagaglio controllato con precisione chirurgica, volutamente sottoposto a una sorta di pressione fisica che, in un corpo a corpo, finisce per nascondere, sigillare, isolare. Quasi sempre GSO utilizza cose d’uso comune – bicchieri, scarpe, libri, racchette, martelli, una macchina da cucire – a volte ricorre a oggetti di indirizzo religioso – statue votive, rosari, acquasantiere – dai quali escono forme ridotte a contorni e per questo fortemente evocative.

Sostenendo la funzione creativa della ragione, l’Illuminismo sostituì alla bramosia creativa dell’epoca barocca la visione livida di una realtà in cui le emozioni erano raggelate, imbrigliate dentro una forma composta che vincolava l’esecuzione creativa alla perfezione, tutto al servizio della laicità dell’opera d’arte. Le imperfezioni, le manomissioni, le impronte digitali dell’artista sul bozzetto in creta andavano ripensate nel senso della corrispondenza tra forma e idea. L’arte neoclassica per oltre un secolo, dopo la morte di Canova, è stata tacciata di freddezza funerea.

Ma nelle opere di GSO non c’è solo la ricerca della perfezione di volumi, di oggetti congelati dentro una forma che ne ricalca solo i contorni, c’è la consapevolezza che essi sopravvivono nell’involucro, esistono, non sono semplici repliche. Saper riconoscere senza vedere la sostanza è alla base del suo processo di sottrazione, compiuto con lucida consapevolezza. Gli oggetti rappresentano l’essenza di un punto di vista sempre schierato, mai vago, sono la posizione netta che l’artista assume di fronte al mondo. L’equivoco secolare della religione, la politica ridotta ai minimi termini, la filosofia come modello di interpretazione dell’esistente sono sempre lì, presenti e visibili, mai neutrali soprattutto. GSO è un artista che non nasconde le proprie posizioni, è un intellettuale cosciente, che sa usare la parola, anche quando è scomoda. Non si nasconde di fronte alle storture del mondo, ancor più quando sono laceranti e inaccettabili. Non si affida alla morale corrente su argomenti che considera inderogabili, affrontando anche il rischio di una profonda solitudine.

Nel libro di racconti che dà il titolo a questo testo, l’autrice A. M. Homes traccia il perimetro sentimentale dei personaggi anche attraverso la loro relazione con gli oggetti. Per delineare una realtà fatta di incapacità emotiva, mancanza di empatia e inciampi esistenziali. Una bambola, un piatto, un telecomando o un mazzo di chiavi riescono a raccontare il deserto relazionale di chi li possiede. I rapporti umani sono costellati di cose che li identificano, li rendono specifici, sono la fotografia di una modalità di esistenza.

Gli oggetti di GSO sono soli, incastrati e cristallizzati in un involucro che galleggia in un biancore latteo e amniotico, dentro un tempo incalcolabile, prima che tutto accada, nel punto esatto in cui ogni cosa, anche la coscienza e la responsabilità individuale, inizia ad accadere, al grado zero della vita. Come le sagome degli abitanti di Pompei, colti all’improvviso dalla colata lavica, gli oggetti sembrano sorpresi, bloccati in un’istantanea non prevista. Ma la termoformatura non cancella ciò che nasconde, le cose sono celate ma esistono, mantengono la loro corporeità. Questo le rende altro da simulacri. Non muti sacelli ma opere da cui fuoriescono rumore, parole, vita. Una solitudine troppo rumorosa che alla fine fornisce una chiave di lettura alla ricerca di senso e rende leggibile la poetica dell’artista.

Le opere finite sono perfette, anche nell’evidente studio millimetrico di ogni singola piega e nell’ossessione per il calcolo matematico. Anche pochi centimetri possono compromettere quanto GSO vuole dire, un errore di posizionamento lascerebbe muti quegli oggetti, che invece sanno anche urlare attraverso le modanature. Dalla tradizione barocca l’artista eredita la piega non solo come orpello ma piuttosto nel suo potenziale ripetersi all’infinito, come un mantra interminabile che tra alti e bassi non trova la chiusura del cerchio. Lo definisce, lo studia e meticolosamente lo fa rimbalzare da un oggetto all’altro senza chiuderlo, mai.

La piega e l’incarnato sono stati per secoli un parametro per definire, in pittura, la bella mano dell’artista, le sue capacità esecutive. Poi la scultura ne fece un vanto, sottomettendo il marmo agli ondeggiamenti dei tessuti scolpiti. Nella piega c’era la volontà di stupire, rendere plausibile l’inverosimile. Nel primo Novecento, col ritorno all’ordine, essa divenne sinonimo di staticità e monumentalità. Per GSO la piega è una necessità, la possibilità di restituire un ordine matematico alle sue composizioni, sia nelle grandi installazioni, dove viene ripetuta fino all’ossessione, che nelle piccole opere, dove curvature e rientri di volume hanno lo scopo di suggerire una forma che nel suo forzato realismo resta ferma, cristallizzata. Non c’è autocompiacimento in questa appassionata ricerca di equilibrio e armonia, quanto piuttosto qualcosa che ricorda la condanna di Sisifo, il più astuto degli uomini, che sa quanto la sua fatica sia vana. Nella tradizione il mito è associato alla pericolosità delle ambizioni, che allontanano l’uomo dalla saggezza. Ma ciò che emerge in GSO fa pensare piuttosto alla lettura di Albert Camus, che riconosce in Sisifo un uomo felice. Nella lotta verso le vette c’è già il miglioramento del singolo e di quanto lo circonda. Nelle pieghe perfette e mai casuali dell’opera di GSO c’è la volontà di guardare quelle vette, c’è il desiderio di affrontarle, nonostante gli insuccessi possibili.

A osservare i suoi disegni emerge una singolare continuità nella metodologia di realizzazione delle opere. Non restano mai appunti, schizzi o lavori finiti su carta. Il disegno sembra essere il vero filo conduttore di tutta la sua produzione. Esso si tramuta in scultura, in pittura, in istallazioni di dimensioni più o meno grandi, ma è come se GSO non smettesse mai di disegnare, tracciando con precisione curve e linee sulle pieghe delle termoformature, e tramutando la dimensione bidimensionale in altorilievo, senza perdere l’origine del tratteggio.

Tra tanti, l’oggetto feticcio che distingue GSO è il bicchiere, di una tipologia basica, non ricercata ma piuttosto povera, industriale e massificata. Lo ha scelto, o forse se l’è ritrovato addosso, per ragioni personali, di vita. Fin dall’infanzia lo ha avuto intorno e ha finito per farlo diventare un suo tratto identitario. Che sia in vetro o raggelato dalla termoformatura o disegnato o dipinto, il bicchiere è la forma del disegno. La primigenia che dà seguito a tutto. È in nuce la possibilità di prendere una posizione critica, scegliere di stare da una parte o dall’altra. È il filo rosso che GSO ha mantenuto lungo tutta la sua storia artistica, pur nell’accumularsi di progetti diversificati, con costanza e coerenza singolari. Nei diversi periodi di produzione c’è sempre l’amara consapevolezza di una solitudine primordiale, che però non limita l’artista nella sua urgenza di dover dire, affermare, imporre un pensiero critico.

La pertinace volontà di continuare ad affermare la sua visione del mondo, di denunciare la deriva di un contesto muto e incapace di ascoltare, lo avvicinano al breve quanto prezioso racconto di Dino Buzzati Gli appuntamenti inutili: il protagonista scrive una lettera a una donna che sa essere ormai altrove, affidando le sue parole sane e sincere alla speranza di essere di nuovo ascoltato.

 Roma, 22 marzo 2023

 

* Testo critico pubblicato sul catalogo monografico Gino Sabatini Odoardi “Tra le pieghe del dubbio”, a cura di Claudio Libero Pisano e Adriana Polveroni, ed. Maretti, Imola (Bo) 2023, pp. 11-14.