CECILIA BUCCIONI

"PROVA GENERALE SENZA TITOLO" *

 

Il 19 febbraio presso il Museolaboratorio di Città Sant’Angelo (Pescara) è stata inaugurata Prova Generale Senza Titolo, la nuova mostra di Gino Sabatini Odoardi. Lo spazio è un ex convento del XVI secolo, poi convertito in manifattura tabacchi, le cui stanze sono adibite attualmente ad esposizioni e progetti di arte contemporanea. La struttura si articola su antichi livelli che si incastrano tra loro, creando un’alternanza di volumi che stimola il visitatore alla sua scoperta. In questo modo si intuisce subito la natura multiforme di un luogo che è sede fin dall’inizio di incontri ed espressione di ricerca. Dal 2001 ad oggi si sono susseguiti artisti contemporanei nazionali ed internazionali, che hanno permesso di tracciare nuovi indirizzi e creare percorsi inediti. 

Gino Sabatini Odoardi apre la stagione espositiva del 2022, presentando un progetto già anticipato nel 2017 al Drawing Lab di Parigi, che diventa reale in una delle sale arcuate al piano terra del Museolaboratorio. Un’idea prima espressa solo in nuce viene ora declinata come in una “prova generale”, occupando totalmente uno spazio ma senza dargli alcuna pesantezza.  Entrando infatti c’è una immediata proiezione all’interno di una foresta di cavi in acciaio, che brillano sullo sfondo chiaro e fendono l’aria, delineando per lo sguardo precise aree da percorrere. In questo modo l’installazione consente spesso il flusso della corrente, che partendo dalla porta d’ingresso, si dirige verso l’arco opposto, generando un lieve movimento dei quattordici secchi in metallo, che pendono a varie altezze tramite altrettante carrucole. Sul bordo di ciascun secchio l’artista ha adagiato un tessuto bianco, che emerge con forza dall’allestimento, e che visto da vicino rivela la sua vera natura. Il drappo è stato realizzato modellando non una stoffa, bensì utilizzando la tecnica della termoformatura in polistirene.

Netto è il contrasto cromatico e materico tra i due elementi accostati, che attira l’occhio in un gioco di consistenze lucide e opache, sospese in una dimensione atmosferica. La termoformatura in polistirene è una cifra stilistica altamente distintiva, che Gino Sabatini Odoardi ha sperimentato negli anni, in modo da rendere i suoi lavori sempre riconoscibili. Non è casuale neanche la scelta del motivo tessile, in quanto, come racconta l’artista in un autocolloquio di qualche mese fa, provenendo da una storica famiglia di tappezzieri, il panneggio e la piega hanno da subito caratterizzato la sua estetica. Dal 2004 la sua attenzione si è concentrata sul polistirene e le sue inclinazioni, abbandonando le stoffe lavorate in precedenza, che erano state già contaminate a poco a poco della plastica. 

Dall’accartocciamento delle tele con il sottovuoto alla termoformatura in polistirene, ciò che stravolge il percorso artistico di Sabatini Odoardi non è solo la rivisitazione del concetto di piega, che inizialmente si appoggia ad una tela, ma diventa poi autonoma, bensì un ampliamento delle fasi che portano all’oggetto finale. Oltre al sottovuoto infatti, prima si procede con un riscaldamento del materiale, e successivamente con il raffreddamento. Non c’è una seconda possibilità in questo modellato, la forma è parte integrante del processo e il polistirene viene trasformato manualmente e solidificato nella sua sagoma definitiva. La contrapposizione necessaria tra la forza e il calore è ciò che permette la stratificazione delle pieghe e l’ondulazione del polistirene, il cui trattamento sinuoso e morbido (ma solo in apparenza) è in ossimoro con la durezza metallica dei secchi. 

Altro elemento di riflessione è il colore, e le sue implicazioni simboliche. Come vediamo in Prova Generale Senza titolo, c’è un ritorno ad una visione primitiva, asettica, in cui il bianco domina l’oggetto, azzerando le altre tinte e sovrastandole con il suo silenzio assordante. Il bianco è un non-colore, può indicare l’inizio o la fine di un tutto, e come tale risulta leggero e impalpabile, trasferendo questa sua caratteristica al panneggio e all’installazione. Spostandoci da un lato all’altro di questo reticolo ne cogliamo pian piano l’instabilità, come se da un momento all’altro i recipienti dovessero cadere o scivolare lungo i fili, cambiando posizione. Unici punti di riferimento sono il pavimento e il soffitto, che racchiudono un clima metaforico in cui ci si aspetta ad ogni passo un disvelamento, una rivelazione da questi contenitori, che in parte rimangono irraggiungibili alla nostra vista, poichè posti troppo in alto. La disposizione esalta il ritmo con cui si rispecchiano tra loro, e scandisce una ripetizione, quasi come in un labirinto senza pareti, un riflettersi continuo tra cielo e terra che lo delimitano. La luce sottolinea l’andamento dei drappi, con onde più o meno spesse, che sembrano tutte uguali: lo spazio è tridimensionale, ma la scena è piatta, minimale. I profili bianchissimi rimbalzano uno sull’altro, percorrendo veloci le distanze tra i cavi e il bordo metallico dei secchi, ancorati a terra o in alto, inafferrabili e allo stesso tempo statici, bloccati nella loro tensione.

In Prova Generale Senza titolo c’è una riflessione sul rapporto dell’uomo con la contemporaneità, sulla sua costante condizione di sospensione, nelle scelte e nel giudizio. L’esistenza umana è piena di ostacoli come questa sala, e l’individuo si sposta per cercare di comprendere quello che gli accade nel presente, compreso ciò che gli sembra invisibile e inconoscibile, perché nascosto nelle pieghe degli eventi. Niente è mai illuminato completamente, e quella che crediamo essere la “verità” può rivelarsi spesso diversa, vuota o priva di significato, proprio come questi secchi, dentro cui possiamo guardare come in un pozzo, per andare in fondo a noi stessi. 

 

Pescara, marzo 2022

 

Articolo pubblicato sulla rivista "Segno" n. 285 (marzo/aprile 2022) pagg. 44-45.