TRA LE PIEGHE DEL BIANCO E DELLA POLVERE

Intervista a cura di Micole Imperiali

 

Il bianco domina gli oggetti su cui lavori, li possiede, privandoli della propria identità ripresentandoli in una serialità che appare come una sorta di trasfigurazione, che dà loro nuove sembianze e sostanza rinnovata attraverso la termoformatura. Ci parleresti della tua concezione alla base di questo processo, che si vede ad esempio in “Tra le pieghe”? (E qual è il ruolo del bicchiere che si cela ad esempio dietro i panni, l’anima semicelata che si lascia intravedere?)

La termoformatura mi da quella sedativa e momentanea illusione di consegnarsi ad un fantasma postumo in maniera indolore. Essa ha un meccanismo dal fascino irreversibile. Ha la grande proprietà di “freddare” l’oggetto, dandogli quella temporanea possibilità dopo l’inevitabile. Vivo la seduzione dell’attimo e la consapevolezza dell’imminente disfatta. E’ una delle mie tante “operazioni concepite postume”, dove tutto quanto è avvenire è già passato, che non è un cominciamento di qualcosa, ma è già l’immediato dopo la fine. Così come la piega, si replica all’infinito nel suo illimitato riprodursi, stratificarsi, comporsi in una nuova armonia dove niente è chiaro e rivelato.

Il ruolo celato del bicchiere tra i panneggi è puramente anti-simbolico. Lo considero un perimetro svizzero dell’anti-tutto. E’ lo spazio - partigiano - povero entro cui poter convivere senza dogmi o ideologie, significante vuoto della resistenza.

 

Che funzione ha l’elemento di disturbo nella tua opera? Mi riferisco ad oggetti che inseriti nelle tue candide serialità urlano la rottura con il tutto. Penso al cubo nero in “Senza titolo – cubo con rumore segreto” (2012) oppure al panno rosso che spezza la serie dei bianchi panneggi.

Amo quando un ritmo seriale, modulare, sistematico viene tradito dall’elemento di rottura e spezza la regola della consuetudine. E’ il gioco della vita, dove il caso entra nelle trame dell’esistenza senza preavviso. La frattura non è consolatoria, essa sfugge allo statuto dell’armonia. E’ l’ordine che si smembra e giustifica un dubbio irrisolto. 

 

Qual è l’associazione tra sacro e profano nella tua opera? Cosa ti porta ad esempio ad associare joystick e inginocchiatoi o joystick e madonne? Intendi tracciare e definire una nuova concezione di sacralità, quella del nostro secolo?

Non intendo tracciare una nuova concezione di sacralità, non m’interessa. Il mio lavoro cerca di mettere costantemente in cortocircuito la consolazione dogmatica con il ludico, la favoletta della credenza senza coscienza con il grottesco, l’illusionismo affascinante del miracolo con il buffo. Credo nel “libero pensiero”, un pensiero che non accetta i dogmi delle religioni tutte. Trovo che la fame di spiritualità dovrebbe essere compensata dall’arte (svincolata dal credo) e non dalla religione.

Per dirla con George Bataille: “Il mio punto di vista si riassume nell’affermazione che tutto è gioco, l’essere è gioco, che l’universo è gioco, che l’idea di Dio è mal riuscita, e anche insopportabile, in quanto Dio, che inizialmente, al di fuori dal tempo, è solo un gioco”.

 

La dicotomia morte-vita e memoria-oblio torna in un’altra opera che è “Senza titolo con polvere”, un’installazione dedicata alla città di Napoli, risultato di una giornata trascorsa al cimitero di Poggioreale, tra le lapidi di illustri personaggi purtroppo abbandonate all’incuria. L’oblio, che appare così come una doppia morte, ancor più definitiva, viene rimossa dalle lapidi con fazzoletti che diventano essi stessi opera d’arte, sostanza dell’installazione. Ci parleresti di quest’opera?

Questo lavoro è una riflessione sull’identità bugiarda di tutto ciò che è postumo. Malgrado formule momentanee, bastano poche generazioni (tre/quattro) per cadere nella prescrizione dell'oblio. E’ questo sicuramente non mi lascia indifferente. La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. Importanti uomini “illustri”, che un tempo fecero grande la città di Napoli, sono divenuti ad un tratto anonimi. Ora dormono inermi e dimenticati in questa “Spoon River” campana che non li merita. 

La mia azione è stata principalmente quella di drammatizzare un riscatto per cercare di sottrarli a quel “nulla” a cui erano destinati. Ho desiderato, carezza dopo carezza, restituire dignità a corpi abbandonati e ingiustamente vilipesi. Affermava Louis-Ferdinand Céline: “La grande sconfitta, in tutto, è dimenticare”.

 

Napoli, 18 Settembre 2015

 

* Intervista a cura di Micole Imperiali tenutasi a Napoli il 18 settembre 2015 per la rivista"Espoarte".