GINO SABATINI ODOARDI L'ARTE E IL SILENZIO

Intervista a cura di Giulia Grilli

 

Appena rientrato dalla mostra internazionale "Tra le pieghe" alla Gowen Contemporary di Ginevra, Gino Sabatini Odoardi è un artista con l'agenda fitta d'impegni. Seduto davanti ad un bicchiere di spremuta d'arancia, sfoglia le pagine del suo volume "Postumo al nulla" per descrivere le opere di un ventennio. Sottolinea la necessità di scandagliare gli enigmi di un'esistenza incomprensibile, mentre il suo sguardo, a tratti malinconico, delinea la difficoltà di vivere in una società che, forse, non gli appartiene.

Nato a Pescara, classe 1968, presente alla Biennale di Venezia nel 2011, Gino Sabatini Odoardi viene affascinato dall'arte a soli dieci anni, dopo l'incontro con Antonio Capone, pittore e caro amico di famiglia. "Quando sono entrato nel suo studio ho capito subito quale sarebbe stata la mia vita" afferma raccontando i suoi esordi. "L'arte è necessità, e spiegare cosa ho sentito in quel luogo è impossibile. Ricordo che dentro quel mondo c'era la possibilità di sentirsi vivo, respiravo un'aria che fuori non c'era. E anche i silenzi facevano parte di quel sentire".

Quest'artista misterioso, si contraddistingue per l'utilizzo di una tecnica innovativa nel panorama internazionale, "la termoformatura", e le sue istallazioni e sculture rimandano alla continua provocazione. Opere come la Coca-santiera e la Madonna con il gamepad di una playstation 3, sono tentativi di mettere in discussione il quotidiano, prendendo di mira tutte le simbologie dogmatiche, religiose, politiche ed economiche. E in questo mondo, in cui l'uomo rincorre l'incessante bisogno di avere conferme, Gino Sabatini Odoardi ha costruito un luogo ovattato dove non c'è spazio per alcuna forma ideologica. Il bicchiere da cantina è diventato nel tempo il suo simbolo, un perimetro in grado di racchiudere un pensiero libero.

 

Parliamo dell'oggetto che ti identifica ormai da anni: il bicchiere con la sua trasparenza. Questo vuol dire che la tua mente libera è visibile a tutti?

Assolutamente si, la trasparenza è essenziale. Non ho nulla da nascondere, perché l'arte non mente mai, a meno che non lo faccia volutamente per smascherare una bugia. Questa meravigliosa parola di quattro lettere gioca sempre a carte scoperte.

 

Nel 2010 il bicchiere è diventato il contenitore di cervelli in una tua performance documentata in un video. Perché questa scelta così forte?

Avvertivo l'esigenza di scuotere delle menti addormentate. Non ho mai sopportato le consolazioni, i luoghi comuni, la logica del buonismo mieloso, e credo che ci sia davvero bisogno di un nuovo illuminismo. Così ho pensato ad un'azione forte in cui lancio verso il muro bianco otto cervelli, presi da maiali deceduti di morte naturale. Per portare a termine questo lavoro sono stato molto male psicologicamente, anche perché non mi ritengo un cruento, bensì una persona molto sensibile. Ma ho sentito il bisogno di dare una scossa, di rompere con la monotonia di un atteggiamento apatico ed ingiustificato, perché non si può vivere passivamente un'esistenza facendosi scivolare addosso anche le peggiori ingiustizie e le più grandi mortificazioni.

 

Qual'è il messaggio che cerchi di comunicare con le tue opere?

Non lavoro per comunicare qualcosa allo spettatore, anche se sono consapevole di farlo indirettamente. Come prima cosa cerco di giustificare a me stesso ciò che sto facendo, e non sempre ci riesco, anzi, quasi mai. L'intento primario è quello di dare un senso alla mia vita, senza curarmi troppo del fatto che il mio pensiero possa essere condiviso, stimato o criticato. Molto spesso parto da un'intuizione, o dal bisogno di risolvere una questione che crea in me un malessere.

 

Quindi l'arte è anche una terapia?

A volte ha questa funzione, sì. Ma l'arte ha la regola di non avere regole, ed è per questo motivo che lavoro come se dovessi disegnare con una matita nell'aria, lasciandomi guidare dall'immagine che è impressa nella mia testa. Vivo la mia curiosità, anche se l'unica risposta che mi tranquillizza è il silenzio. Trovo pace nel bianco, nel vuoto del non colore, perché sono più leali di discorsi fatti su argomenti che non si conoscono e sui quali non esprimo mai un giudizio.

 

Com'è nata la forma artistica che più ti rappresenta, la termoformatura?

Negli anni ‘90 ho iniziato i primi esperimenti con il sottovuoto e solo con il tempo ho affinato la tecnica, effettuando ricerche continue. Per la realizzazione dei miei lavori utilizzo macchine industriali che scaldano il polistirene in cui imprigionare gli oggetti, per poi aspirare tutta l'aria e raffreddarla in pochi secondi. Tutto così viene rinchiuso sotto questo strato semilucido, sinuoso e freddo che crea una sorta di morte apparente. Il mio è sempre stato un tentativo di fermare il tempo, di dare un'altra possibilità all'oggetto, per evitare l'inevitabile, una vita postuma.

 

L'esposizione a Ginevra ha segnato uno stravolgimento del tuo percorso artistico, e hai deciso volutamente di abbandonare la simbologia. A cosa è dovuto questo cambiamento di rotta?

Credo di aver abbondantemente sottolineato il mio pensiero negli anni attraverso i lavori, per cui ho spostato la ricerca sul fascino di un panneggio, sulla caducità di un drappo. La forma della piega contiene mille sfumature, all'interno delle quali può nascondersi qualsiasi cosa. Una sorta di sublimazione dello straccio che in taluni casi cela tracce e segni che coincidono con gli elementi essenziali della percezione, quali luce/ombra, bianco/nero, dentro/fuori. Inoltre avvertivo l'esigenza di una certa manualità, infatti le ultime opere sono state forgiate manualmente. Attraverso questi lavori volevo svincolarmi dal simbolo e dirigermi verso una più chiara riduzione e astensione.

 

Allora non ricerchi più la trasparenza, e il famoso bicchiere inizia forse a coprirsi?

La riduzione, la sottrazione, l'astensione non determinano una mancanza di trasparenza, al contrario chiarificano la logica del non sapere e/o del non vedere. E questo concetto si è materializzato soprattutto nei disegni nascosti e negati tra le pieghe della serie di sculture esposte a Ginevra. Oggetti che esistono esclusivamente nella loro percezione d'ignoto. E se il bicchiere inizierà a coprirsi? Forse, soprattutto per mettersi a nudo.

 

Pescara, 18 gennaio 2014

 

* Intervista tenutasi a Pescara e pubblicata sulla rivista “Notizie d’Abruzzo” il 18 gennaio 2014