TRA LE PIEGHE IN AUTOCOLLOQUIO

Intervista in autocolloquio a cura di Domenico Scudero

 

È nel ripiegamento che trovo le ragioni del mio lavoro. 

 

Forse il significante è da ritrovare nella mia infanzia: provengo da una famiglia storica di tappezzieri e di conseguenza ho sempre avuto residenza stabile tra le pieghe monadiche di mia madre. L’odore e la seduzione tattile del velluto, del lino, del cotone o della seta hanno sempre giocato a scacchi con la mia forte immaginazione. Da bambino amavo costruire capanne con le stoffe in lavorazione, il panneggio era parte costitutiva dell’ornamento architettonico delle mie caverne.

 

Passarono anni di pittura ad olio sotto i ponti. Mi stancai. Duchampianamente nel 1994 disposi in una teca tutte le mie pezze sporche intrise di pittura utilizzate negli anni per pulire i pennelli, e smisi di dipingere. Iniziai a smontare dai telai le mie ultime tele monocrome rosse conservando con cura i chiodini di fissaggio. Successivamente, attraverso la pratica dell’accartocciamento, immobilizzai il tutto mediante la tecnica del sottovuoto, un gioco delle pieghe replicate all’infinito e bloccate -senz’aria- con la plastica trasparente. Erano i primi anni ’90. Misi sottovuoto tele dipinte, disegni su carta, indumenti usati e quant’altro. Un campionario di increspature sotto plastica che mi accompagnò per più di un decennio. 

 

Nel 2004 il cambio di rotta; il rumore del colore attraverso la plastica trasparente mi disturbava. Desideravo da tempo un azzeramento cromatico. Sprofondare in un’idea di bianco mi avrebbe garantito il privilegio inverso al rumore retinico. Esigevo una mia personale risposta silenziosa al minestrone visivo del mondo. Ecco che scoprii, con non poche difficoltà, la tecnica industriale della termoformatura in polistirene.

 

La termoformatura è una variazione più complessa del precedente sottovuoto, essa mi ha consentito di poter “ibernare” vari oggetti - spesso simbolici - mediante più fasi: riscaldamento-sottovuoto-raffreddamento.È un procedimento meccanico dal fascino irreversibile, che ha la grande proprietà di “freddare” gli oggetti per sempre, dandogli un’altra possibilità dopo l’inevitabile. La termoformatura contempla per sua natura la logica della piega, perché mette nelle condizioni il materiale plastico (polistirene) di modellarsi come una seconda pelle increspandosi sugli oggetti o persino plasmare sé stesso. 

 

Nel 2013, in seguito ad un maturato e più consapevole interesse per il panneggio, intrapresi un progetto denominato “Tra le pieghe” che coincise con una mostra personale nella galleria Gowen Contemporary di Ginevra. Il drappo, appunto, sempre presente nella mia ricerca, ha subito negli anni una mutazione mediante la trasformazione manuale e non più meccanica, della termoformatura. Modellare la plastica manualmente tra i 200 e i 300 gradi per creare pieghe, è una pratica complessa che ho affinato segretamente. Una combinazione tra calore e forza, in un gioco mediato da tensioni, pressioni e casualità controllate. Il polistirene, solidificandosi, registra minuziosamente tutte le trasmutazioni sismografiche della superficie. Una sorta di piccolo viaggio di pochi secondi senza repliche e soprattutto di sola andata, dove nessun ripensamento e/o dispiegamento successivo è reso possibile. 

 

La piega finalmente esce dal quadro come referenza solida e parla al presente.

Questa magia composta di senso, si replica all’infinito nel suo illimitato riprodursi, stratificarsi, costituirsi. Labirinti nomadi senza finestre celano nuove armonie in cui ogni azione è un’azione interna, piega nella piega, ombra nell’ombra. Ogni lieve ondulazione coagulata sfugge alla rigida scala diatonica della forma, un gioco espressivo di “accordi” (Deleuze). Ogni panneggio è una linea barocca che cela tracce e segni che coincidono con gli elementi essenziali della percezione, luce/ombra, bianco/nero, interno/esterno. Drappi, che nelle loro vaste combinazioni, raccontano le innumerevoli smagliature della vita, dove niente è chiaro e rivelato. La plasticità dell’ombra nascosta è sperimentabile, così come gli ingressi multipli diretti all’anticamera del pensiero muto. È qui che ripiego, da astigmatico, il mio sguardo ateo sul mondo.

 

Gino Sabatini Odoardi

(Pescara, 21 settembre 2021)

 

* Intervista in autocolloquio a cura di Domenico Scudero tenutasi il 21 settembre 2021 e pubblicata sulla rivista trimestrale di Arte Contemporanea "Unclosed" (N. 32 anno VIII) il 20 ottobre 2021.