SABRINA VEDOVOTTO

"Intervista a Gino Sabatini Odoardi"

 

 

Le interviste sono sempre interessanti se attraverso le parole fuoriescono segni evidenti di riconoscibilità dell’intervistato, che siano testimonianze del proprio lavoro o atteggiamenti della vita comune. Cominciamo allora.

 

Noi ci conosciamo ormai da un po’ di tempo, abbiamo realizzato diverse mostre insieme, a Roma e fuori. So quanto ti impegni nel tuo lavoro, la fatica che ti costa. Pensi di aver raggiunto un equilibrio, o devi ancora fare della strada per capire dove sei arrivato?

Non è sicuramente l’equilibrio la condizione a cui ambisco. La ricerca continua, incessante, di un certo in/equilibrio, di una certa forma di instabilità, è forse l’unico modo per capire da quale punto partire piuttosto che comprendere dove arrivare.

È difficile parlare di equilibrio nell’arte, laddove per equilibrio non si intende quel meccanismo percettivo che ha stretta relazione con la grammatica visiva teorizzata da Arnheim.

Trovo che una consapevole forma di incertezza sia l’unica certezza possibile.

 

I tuoi primi lavori con i bicchieri, le “Impossibilità espresse” risalgono al 1982. Nonostante il trascorrere del tempo, i tuoi cambiamenti, il linguaggio formale è rimasto lo stesso, anche fino alla scorsa mostra al Museo Laboratorio dell’Università “La Sapienza” di Roma. Come mai questa esigenza di utilizzare sempre lo stesso elemento, il bicchiere?

“La messa in scena di un’ossessione” lo ha definito Angela Vettese. Concordo con lei. Non so spiegare come certe forme ti possono sedurre fino alla nausea. Avevo 14 anni quando vidi la riproduzione di un’opera di Salvador Dalì “Natura morta che vive” del 1956. Fu l’intuizione della rivelazione. Nel quadro del genio spagnolo un bicchiere inclinato, sospeso in area, conserva un liquido in accordo con le leggi gravitazionali. E’ stato solo un mio ribaltamento visivo a dargli una nuova connotazione anti-gravitazionale.

Ho saputo solo pochi anni fa che - con implicazioni diverse - anche Fabrizio Plessi (artista che stimo molto) ha avuto un’intuizione simile con l’acqua nel 1978.

Resta il fatto che da vent’anni sono investito dalle avances di questo comune bicchiere da cantina. Forse perché il bicchiere oltre ad avere una forma, ne conserva un’altra: il vuoto. Questo volume trasparente, apparentemente svuotato, ha la proprietà di ospitare sempre nuove condizioni. Ed è a questo spazio sinuoso ed elegante che ho dato in custodia vino, gesso cristallizzato, cartine oceanografiche, inchiostro e quant’altro per dire ciò che penso ma soprattutto ciò che non dico.

 

Senza dubbio la tua preparazione filosofica ti ha aiutato molto a capire gli altri ed a capirti. La tua tesi ricordo trattava di un argomento fondamentale, soprattutto in un momento storico come il nostro, il Silenzio. Forse adesso ci sarebbe bisogno di molto silenzio.

Indubbiamente, ci sarebbe bisogno di molto silenzio oggi, forse più di ieri. Questa parola non detta sembra l’unica condizione in grado di arrestare l’onda della chiacchiera a vanvera, vuota, inessenziale, dissipata, in cui siamo immersi. Basta vedere con quale facilità si sparla di qualsiasi problematica legata al mondo. Chiunque si sente in grado di giudicare, sparare a zero su qualsiasi cosa. Come si fa a non prendere in considerazione ciò che può essere detto sensatamente attraverso la sottrazione del linguaggio convenzionalmente vocale? Come si fa a non cogliere il senso pieno dell’astensione? La narcosi video-televisiva ha massificato le coscienze e annullato le differenze. Si riscontra in ogni luogo “comune e comunale” l’orizzontale appiattimento della società. Essa è apatica, mediocre, indifferente. L’arte - come ebbe ad intuirla Kounellis - ha il compito di reclamare con forza nuove e rivoluzionarie verticalità.

Io personalmente non ho alcuna fiducia nella storia e nessun interesse per le virtù civili. Trovo che non esistono parametri di giudizio sul mondo né una teologia degli avvenimenti; da qui il mio orrore per lo spreco e il mio amore per la reticenza, intesa non tanto come ambiguità nel silenzio, ma soprattutto come presa di coscienza attraverso il silenzio.

Un illustre uomo di pensiero disse che la filosofia e la scienza sono attività che non servono a nulla perché non danno risposte vere sulla verità. Anche Umberto Eco a tal proposito afferma che la filosofia è sempre una forma di alto dilettantismo perché chiunque, per tanto che abbia letto, si troverà a parlare sempre di cose su cui non si sarà preparato abbastanza. Credo che sia un po’ come la medicina, essa dispone di molti farmaci, poche buone medicine e quasi nessun rimedio specifico.

Di conseguenza ciò che emerge, quando ci si avvicina ai pensieri più alti dell’incomprensione, è solo “completa diserzione della parola”. Silenzio, silenzio, silenzio dunque. Su tutto. “Quanto può dirsi, si può dir chiaro - sentenziava Wittgenstein nel Tractatus - e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Bisogna astenersi dal proferire “non senso”. Convengo con lui quando dice: basta con le parole “anima”, “dio”, “bene”, perché sono soltanto parole che non rimandano a nulla. Quindi, smetterla con i problemi metafisici, finirla con i discorsi sulla morale, piantarla con il chiacchiericcio esistenziale. Basta, infine, con la filosofia classicamente intesa: il vero pensatore, e non soltanto lui, si dovrà riconoscere appunto dal suo saper tacere su argomenti che sfuggono alla nostra capacità di descrivere il mondo così com’è. Non più problemi di filosofia dunque, ma problemi legati a semplici giochi linguistici, giochi tra i giochi, linguaggi tra i linguaggi.

 

In molti dei tuoi lavori mi sembra ci sia sempre, anche se in maniera celata, il concetto del sacro. Che rapporto hai con la religione in genere? Sei credente?

Di tutte le religioni in genere non ho una buona considerazione. Attualmente la credenza dichiarata riguarda soltanto i paesi più poveri e gli ambienti con il più basso livello di istruzione. Storicamente parlando, le religioni - sfruttando vecchie superstizioni originate dalla paura delle disgrazie e dalla morte - sono state comunemente organizzate per qualche ulteriore scopo: sfruttamento, controllo delle masse ecc. Penso che la maggior parte dei suoi effetti nella storia sia stata dannosa. E’ stata dannosa perché ha fatto in modo che la gente credesse a cose delle quali non esistevano prove concrete, e questo ha falsato il pensiero di tutti, ha falsato i sistemi di educazione e creato anche una completa eresia morale: e cioè che è bene credere a determinate cose e male credere ad altre, senza domandarsi se queste cose siano vere o false. Inoltre ha esercitato un dominio totale di un potere ipertrofico, impersonale, che si fondava su una finzione ideologica, capace di legittimare tutto senza mai toccare la verità. Insomma, un complesso di precetti che “ha fatto comodo a pochi far credere a molti”.

Non abbiamo bisogno di organizzazioni religiose. Esse sono come i partiti politici: tolgono energia alle persone che cercano di comunicare tra loro, che cercano di creare nuove attività e nuove forme d’arte. Credo che siano il più grande nemico del progresso morale nel mondo. E qualsiasi minima forma di progresso e miglioramento avvenuto nel loro atteggiamento pseudo-tollerante è da ascriversi soltanto a merito dei suoi nemici e non ad altri.

L’arte (quella che si basa su principi di libertà creativa) oltre che essere fuori da ogni egemonia religiosa, dovrebbe servire a dare un nuovo impulso alla condizione terrena.

Il compito della libertà è favorire la resistenza contro gli elementi repressivi della nostra società e fornire un’idea obiettiva di cos’è veramente la nostra esistenza.

Credere ha sicuramente i suoi effetti positivi sull’uomo. Infatti, pochi giorni fa leggevo su una rivista scientifica che pregare fa bene alla salute. Dal risultato di recenti studi si è affermato che nell’ambiente medico circola una battuta: “La medicina più diffusa? Non è l’aspirina, ma la preghiera”. Agisce sull’organismo abbassando la pressione sanguigna, calando il livello degli ormoni da stress, migliorando il sistema immunitario ecc. Lo stesso non può dirsi per la mancanza di fede religiosa: essa porta le stesse conseguenze sull’organismo ma in negativo. Dunque, abbracciare il vuoto è un atteggiamento mentale e fisico che non ha piacevoli riscontri sulla salute.

Pur tuttavia non sono credente. Preferisco considerami agnostico piuttosto che ateo. Proprio perché dare giudizi sul “non sapere” sarebbe un errore.

E’ difficile dimostrare l’esistenza di un dio così com’è difficile dimostrare il contrario. Quindi meglio sposare l’agnosticismo russelliano. Molto più vicino al deserto del senso. La favoletta della credenza senza coscienza non mi convince affatto. Così come sono pochissime le cose che mi consolano. Considerando l’aura che continuamente ci diamo, sono certo che fra qualche secolo verremo considerati dai posteri molto arretrati per il nostro tempo. E questo rischio da correre è davvero un peccato.

E quando mi chiedono perché alcuni miei lavori partono da spunti legati al concetto di sacro - per non essere frainteso - preferisco rispondere con un pensiero di Gribouille: “Mi sono gettato in acqua per non bagnarmi”.

 

Una volta in una intervista qualcuno a provato a chiederti cosa voleva dire per te “arte” e tu hai risposto che si trattava di una parola di quattro lettere. Anche secondo me è difficile definire un concetto così complesso. Eppure entrambi viviamo di arte. Se invece di chiederti che cosa è l’arte in genere provassimo a ragionare sulla tua arte? Proprio pochi giorni fa mi dicevi che arte è tutto, gli oggetti che vedi buttati per terra, la terra dove cammini, tu che cammini…

Certo, proprio perché l’opera d’arte s’identifica nella coscienza di chi guarda e soprattutto di chi la vive. E’ un dato certo solo dal momento che decidi che lo sia. Un sorta di modus vivendi plotino-duchampiano contemporaneo. “Bisogna essere dei capolavori - sosteneva Carmelo Bene nel suo non-essere in scena - piuttosto che produrre dei capolavori”. A questo solo fine dovrebbe servire l’arte, altrimenti non avrebbe alcun senso.

Inoltre non è trascurabile ciò che è già insito in noi (parlo della formazione-costituzione che ogni individuo porta con sé). Come fai a non pensare a Turner quando ti trovi sotto una tempesta? Oppure pensare a Beuys quando contempli qualsiasi forma della natura? Beuys sosteneva appunto che “la formazione di un pensiero è scultura”, e che “anche pelare una patata può essere arte”. Insomma, alcune operazioni artistiche sono così radicate in noi - come avvenne alla fine del ‘700 in Inghilterra in pieno clima sublime-pittoresco - che paradossalmente diventa l’arte il riferimento per il mondo e non viceversa.

 

Per molti artisti la frequentazione all’Accademia è risultata piuttosto inutile. Per te non è stato così; hai conosciuto Fabio Mauri, Jannis Kounellis, che per tua stessa ammissione sono stati fondamentali.

Frequentare l’Accademia non è stata un’esperienza inutile. Al contrario.

L’aver conosciuto e lavorato con alcuni grandi maestri mi ha dato la possibilità di penetrare il mondo con una consapevolezza diversa, di cercare di carpirne un qualche segreto nascosto. Nel caso di Fabio l’Accademia è poi continuata nel suo studio negli anni a seguire. Mi emozionavo solo a vederlo spostare gli oggetti sul tavolo. ‘Guardarlo’ ‘guardare’ è stata una pratica che ho affinato segretamente. Con una perseveranza ossessiva. “Bisogna farsi sedurre dalle cose - mi sussurrava a bassa voce - ”.

Certo, se si dovesse avere la sfortuna di incappare in docenti che sostengono che basta il cavalletto per dipingere come Francis Bacon, allora sarebbe sì un errore. Però non è proprio così semplice. “Non si può insegnare a dipingere un quadro - mi diceva kounellis - ma si può insegnare a stare di fronte ad un quadro. Leggerlo storicamente”. Poi continuava “Bisogna cercare di vedere il lavoro da dentro, di non accontentarsi della superficie, ma cercare di scoprire le ragioni profonde che stanno dietro le cose”.

Apprendere simili concetti ti pare che sia una cosa da poco?

E’ sicuramente un luogo che andrebbe ri/disegnato, ri/visto, ri/valorizzato, ma è uno dei pochi spazi che permette un confronto diretto sul campo.

Comunque per quanto mi riguarda, frequentare l’Accademia di Belle Arti è stata di un’importanza determinante.

 

Anche l’incontro con Carmelo Bene mi sembra sia stato significativo. Ricordo ad una mostra, quando l’attore era da poco morto, l’entusiasmo e l’amore che emergeva dai tuoi occhi mentre ne parlavi.

Conobbi Carmelo Bene il 25 Gennaio 1996 in occasione di un suo anti-spettacolo al Teatro Stabile dell’Aquila - precisamente alla festa in suo onore organizzatagli da Enrico Sconci al Museo Sperimentale d’Arte Contemporanea (ex Accademia di Belle Arti dove un tempo C.B. fu docente di Regia per un piccolo e privilegiato gruppo di allievi).

Il mio è stato un incontro breve, di poche parole e con un linguaggio di convenienza. Carmelo sembrava non esserci. Anche la sua controfigura si era dimenticata di assecondarlo. E’ come se si fosse assentato da se stesso. Ciononostante, senza far nulla, mi ha capovolto il mondo in un attimo e me lo ha sostituito con una palla da biliardo. Non era possibile stargli a fianco senza ustionarsi, senza patirne le conseguenze. Il deserto che era in lui lo si coglieva da ogni singola e lenta frammentazione del gesto. Il replay del non-attore.

Lo rividi a Roma da spettatore insieme a Massimo Carboni e Lucia Romualdi il 28 Novembre del 2000 al Teatro Argentina nell’In-vulnerabilità d’Achille. Dove ci chiedeva - in un cartoncino asettico di color nero - di lasciarci brutalizzare, macellare, triturare, senza battere ciglio. Non reclamava nessuna corrispondenza, nessuna contropartita proprio perché la disfatta ci riguardava. Pretendeva il fair-play del cadavere non del tutto estinto.

Fu l’ultima volta che lo vidi da vicino.

Un genio che l’Italia non ha mai meritato…e che forse non meriterà mai.

Quando ha deciso di andarsene per “costringerci a rimanere”, mi sono sentito orfano per la prima volta nella mia vita. Ora la sua mancanza mi brucia le tempie.

Gli ho sottolineato la mia devozione dedicandogli la personale “A boccaperta” (titolo di un suo splendido libro del 1976 sulla vita di Giuseppe Desa da Copertino), mostra curata da Maria Francesca Zeuli nel Giugno del 2002 nel Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università di Roma “La Sapienza”.

Non è stato mai tra noi Carmelo.

Mi consolava saperlo morto da vivo. Ora che mille gradi Celsius lo hanno ridotto in un mucchio di cenere, saperlo vivo da morto non mi consola più.

 

Chi sono i tuoi amici più cari? Persone conosciute da giovane o invece coloro che hanno percorso con te questi ultimi anni?

Si è soliti dire che puoi considerare amico la persona davanti alla quale ti puoi permettere di pensare ad alta voce. Difficilmente penso di avere amici in questo senso.

Conosco molte persone questo sì, alcune sono anche molto care per me. Ma non ho quasi nessun amico…forse perché non ho mai desiderato pensare ad alta voce. Inoltre conoscere persone nuove richiede sempre molto tempo e molto spazio. L’unico modo per avere un po’ di tempo per se stessi è di mantenersi così poco attraenti da non interessare a nessuno.

 

Torniamo ai lavori, nei quali, mi sembra di percepire il concetto di postumo molto presente. Come ti rapporti rispetto ad un futuro, nel quale tu non sei più contemplato?

Mi rapporto con disagio, insofferenza, malumore. “Morire è solo non essere visto” affermava Pessoa. Però per quanto tempo si può continuare a vivere senza essere più visti? Malgrado formule momentanee, bastano poche generazioni (tre/quattro) per cadere nella prescrizione dell’oblio. E’ questo sicuramente non mi lascia indifferente.

Ci si illude che almeno l’opera d’arte sia immortale, che in qualche modo ha il privilegio di esorcizzare e vincere la morte. Ma non è così. L’opera d’arte non è immortale - nonostante sia l’unico modo (come sosteneva Burri) di allontanare l’inevitabile - essa vive e muore come qualunque altra cosa. Ha una costituzione materiale, perciò destinata - come l’uomo - a deteriorarsi e con il tempo a svanire. Anche sottolineare la solita storiella che l’opera è immortale nella memoria degli uomini, penso, possa funzionare fino ad un certo punto. Proprio perché anche la memoria ha una vita e non può sfuggire al ricatto del tempo. La memoria di cui parliamo rimarrà la stessa nel 7003?

Potremmo sperarci, ma aldilà di rare operazioni rivoluzionarie, il resto probabilmente è destinato a scomparire.

Sottili operazioni postume si possono cogliere in diversi miei lavori. L’Opera concepita postuma del 1997 lascia un segno per dire che di se stessa (opera) non ve ne rimarrà alcuno. E’ una sorta di testimonianza della testimonianza.

 

Se non ricordo male, sei stato il primo a portare il concetto del “sottovuoto” nell’arte dei nostri tempi. Nel tuo lavoro del 1997 dal titolo Nudo raccorpi ed avvinghi a se stessi indumenti ed oggetti del vivere comune. L’impressione che si ha è quella della salvaguardia, ad ogni costo, di un qualcosa che non c’è più.

Nei primi anni ’90 ho iniziato questi primi esperimenti in sottovuoto con dei tentativi non sempre riusciti. L’esigenza era quella di “ibernare” frame  di vita quotidiana.

Il sottovuoto ha questa grande proprietà di congelare/surgelare, bloccare/fissare, imprigionare/immobilizzare, paralizzare un corpo mediante la sottrazione di una condizione vitale: l’aria. Una sorta di morte momentanea. 

Il mio è un tentativo di conservare un vissuto. Un vissuto indifferente come lo sono le reliquie da supermercato di cui siamo continuamente circondati. Chissà, da consumarsi a futura memoria…forse.

 

Non mi sembri uno di quegli artisti che concepisce un’idea e subito passa alla realizzazione. C’è una elaborazione, un lavoro di bozza, una ricerca estenuante della perfezione. Non hai paura che una riflessione eccessiva faccia perdere spontaneità al tuo lavoro?

Non cerco spontaneità nel mio lavoro. Non mi interessa. Anche se parto da un’intuizione che può apparire spontanea ma non lo è. Proprio perché penso che qualsiasi intuizione è il risultato di percorsi allenati, battuti, addestrati, che si strutturano con il connubio del senso in/compiuto.

Nel mio caso l’intuizione viene rielaborata fino alla nausea, affinché mi si renda - paradossalmente - sempre meno chiara. Solo quando questa fase progettuale si è caricata di quella nebbia che permette di confondersi con l’ossigeno dell’analisi, allora - forse - diventa un’idea realizzabile. Una sorta di iper-riflessione della confusione. Insomma, ciò che cerco è un po’ di incomprensione per quello che faccio. E per fortuna quando si è fraintesi nel lavoro non hai delle trasmissioni - come affermava Andy Warhol - ma delle trasmutazioni, il che alla lunga può rivelarsi molto interessante.

 

Domanda cattiva. Sappiamo bene tutti quanto sia importante il luogo (città) nel quale si lavora e le eventuali conoscenze. Tu hai sicuramente faticato molto prima di affrancarti dal tuo isolamento. Pensi che vivendo a Milano le cose sarebbero state più semplici? È vero, come dicono tutti che Roma è una città sorniona?

Non so se a Milano le cose sarebbero state più semplici, proprio perché le difficoltà hanno sempre identità diverse, e non voglio credere che Milano faccia parte delle obbligatorie mediazioni per fare arte, però è sicuramente una città che permette particolari rapporti dialettici e soprattutto economici.

Purtroppo, come dice Kounellis, l’economia come fattore reale diventa espansione del proprio lavoro e dunque permette una forma di circolarità. Senza circolarità si creano solo opinioni ottuse.

Io mi sono trasferito a Roma nel Rione Esquilino nel 1998.

Perché Roma? Forse per lo stesso motivo per cui Gino De Dominicis nel 1964 lasciò Ancona: “perché a Roma c’è  Gino De Dominicis”.

Giorni fa parlando con la mia amica artista Bruna Esposito si rifletteva proprio su una città come Roma. Entrambi abbiamo riconosciuto in essa un luogo molto riflessivo, dove l’ansia del “fare”, “fare”, “fare”, caratteristica tipica di una città come New York, è sostituita dall’ansia del “pensare”, “pensare”, “pensare” il “fare”.

Io comunque, nonostante continui a fuggire da Roma per ritirarmi nell’isolamento da cui sono partito, difficilmente riesco a sottrarmi alle sue “sornione” influenze. Inoltre, trovo che sia sempre una fortuna essere nel posto giusto al momento sbagliato.

 

Facciamo un gioco. Hai a tua disposizione dieci righe per dire tutto ciò che vuoi e che non è uscito da questa intervista.

Voglio citarti…un ricordo ed un desiderio…improbabile.

Il ricordo: qualche anno fa mi trovavo in compagnia di alcuni amici artisti (nella galleria “La Tartaruga” a Pienza in occasione di una retrospettiva di Fabio Mauri) e Plinio De Martis ci disse: “Voi giovani artisti, i critici d’arte non li dovete far dormire la notte”. Non so perché, ma in quel momento ho pensato ad una serenata-performance alle tre del mattino fuori la porta di casa di Achille Bonito Oliva. Non immaginavo prima di allora di dovermi misurare anche con l’insonnia dei critici d’arte, comunque ne presi atto visto che si trattava di Plinio.

Il desiderio: una sera a cena Joseph Kosuth mi chiese se sapessi della mia rilevante somiglianza con Jeff Koons, io tuttora non ne sono molto convinto, comunque spero che prima o poi la stessa domanda Joseph la possa rivolgere a Jeff.

 

Grazie Gino, lavorare con te è sempre un piacere.

 

Roma, Aprile 2003

 

 

 

Intervista tenuta da Sabrina Vedovotto a Gino Sabatini Odoardi a Roma il 1 Aprile 2003 e pubblicata sul libro monografico “Controindicazioni” a cura di Simonetta Lux e Domenico Scudero in ed. Lithos nella collana di Saggi, Documenti ed Interviste “Artisticamente” n. 14 dell’Università degli Studi “La Sapienza”, Roma, 2003.