The White Album

Brossura, 48 pag.
ed. Galleria Oredaria 2005, edizione bilingue (italiano-inglese)
a cura di Luca Beatrice
mm. 210 x 210 – € 19,95

Nel 1967 i Beatles affidano la copertina del loro nuovo album Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band al pittore pop Peter Blake che inventa un’incredibile sinfonia di personaggi e dettagli cogliendo in pieno lo spirito acido ed enigmatico che sta dietro questo disco.
L’anno dopo i Fab Four di Liverpool producono il doppio LP che per certi versi costituisce la summa del loro lavoro. Ancora una cover d’artista, ancora un inglese, Richard Hamilton, ma questa volta niente colore, niente figure, nessun segno ad eccezione del timbro a secco che riproduce il logo The Beatles in rilievo. Il disco solo per convenzione è chiamato The White Album, in realtà è un Senza titolo che non vuole in alcun modo essere definito e identificato da una sola parola. Si completa così il processo di concettualizzazione: da semplice gruppo pop i Beatles aspirano a conquistare una dimensione artistica e colta, superando quella del puro e semplice intrattenimento.
Ho raccontato questo episodio che francamente non c’entra nulla con Gino Sabatini Odoardi (aldilà del fatto che egli è nato nel 1968, stesso anno di uscita di White Album) in quanto paradigmatico di un atteggiamento generalizzato secondo cui l’agire per sottrazione – e di conseguenza il liberarsi dell’eccesso di orpelli, rifiutare l’ornamento che, secondo quanto affermava Adolf Loos continua a essere un “delitto”- conferisce all’arte il diritto di cittadinanza in sfere linguistiche più elevate, indipendentemente da ciò che si dice.
Il lavoro di Sabatini Odoardi invece non necessita di particolari reti di protezione e pur muovendosi all’interno di un impianto teorico e concettuale piuttosto solido […] non rifiuta aprioristicamente il rapporto con l’immagine, con l’oggetto reale e neppure con la funzione pubblica dell’immagine stessa, ben sapendo che le “cose” che un artista produce dovrebbero oggi poter superare il campo delimitato del museo o della galleria.
[…] Con il ciclo “Termoformature”, Gino Sabatini Odoardi compie una sorta di giro di boa attorno alla propria poetica, riuscendo in un unico lavoro a comprendere buona parte degli elementi disseminati fin qui e, nello stesso tempo, ad aprire verso una nuova direzione sperimentale, soprattutto in chiave di scoperta e utilizzo di materiali e tecnologie. L’elemento di maggior novità è dato dal processo realizzativo di queste opere, appunto la termoformatura. Lavorando a stretto contatto con un’industria specializzata nel trattamento dei materiali plastici, Sabatini Odoardi scopre la possibilità di congelare l’oggetto attraverso il riscaldamento, ossimoro degli ossimori, approntandovi un meccanismo irreversibile che sottrae la cosa dal normale ciclo vitale – coincidente con il suo valore d’uso – e le attribuisce un valore simbolico, dunque di eternità.
Prima figura ricorrente è quella del bicchiere, immagine che accompagna Gino Sabatini Odoardi fin dai suoi primi lavori (dai disegni giovanili del 1982 alla grande installazione Si beve tutto ciò che si scrive presentata al Museo Laboratorio dell’Università la Sapienza di Roma nel 2002).
[…] Direi che il bicchiere in Sabatini Odoardi equivale alla bottiglia in Morandi: scegliere un’immagine semplice e riproporre sempre la stessa significa in qualche modo “togliersi” il problema di cosa rappresentare e dunque concentrarsi sulle ragioni più interne dell’opera.

Luca Beatrice
Torino, Novembre 2005

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