Rolando Alfonso

Readymade v/s Oggetto surrealista
Una lettura dell’opera di Gino Sabatini Odoardi *

Ciò che attesta la validità di una personale e ben riuscita ricerca linguistica all’interno del vasto dominio delle arti visive contemporanee è la chiarezza di indicare e perimetrare, sin dall’inizio del lungo lavoro di scavo, i testimoni di riferimento linguistico sul piano della storia evolutiva dell’arte moderna e contemporanea.
Gino Sabatini Odoardi ha confermato, volta per volta, questo atteggiamento sino a fare aderire, negli esempi più illuminanti, la messa in forma della sua opera alla citazione storica diretta. Ne è esempio significativo “L’enigma di Isidore Ducasse” del 2005.
Questo aderire come una seconda pelle da più parti è stata interpretata come “scardinamento dell’ordinario”, messa in questione della “banalità del quotidiano e del luogo comune”, ostensione, ai limiti del religioso, della “superficie” e, infine, l’enigma di rimando, legato alla “familiarità” dell’oggetto “evocato”.
Non è difficile ammettere la giustezza di questo particolare e sfaccettato universo interpretativo, come anche i nomi degli artisti di riferimento – Marcel Broodthaers, Meret Oppenheim, Marcel Duchamp, Man Ray etc… – ma si tratta pur sempre di una giustapposizione epidermica, di un’interpretazione bloccata alla e con la superficie, e ciò che doveva scoprire l’arcano, in definitiva, lo copre ancora. Una letteratura delle affezioni scivola su ciò che ne è la causa: la merce.
Perché il “nascondimento” di sìffatta causa? Ci si vergogna forse, coadiuvati da un revisionismo teorico galoppante, a riconsiderare la validità del suo essere, propria della critica marxiana? Oppure è, nello specifico caso dell’autore in questione, la risposta alla “indifferenza visiva” e alla “completa anestesia” del readymade, al prodotto separato dalla soggettività e, quindi, alla negazione dell’origine soggettiva dell’arte su cui puntava Duchamp?
Questa sembrerebbe, di primo acchitto, la scelta analitica del nostro autore. Difatti, con un salto prevalentemente linguistico, individuerebbe il nucleo di senso rappresentato dalla dimensione dell’impronta che risolverebbe il groviglio degli interrogativi che emergono sul piano concettuale.
Scelta, a prima vista inderogabile, che escluderebbe altre prospettive di analisi sul rapporto merce/soggetto. Come ad esempio l’evidenza, sempre più chiara sul piano antropologico, della merce/feticcio. Rapporto riallacciabile alla sfera di quell’agire “evocativo”, sopra citato, come lettura interpretativa.
Ma il nostro autore, lungo il suo itinerario assertivo ci sorprende, semina anche delle ascose finestre linguistiche entro cui si possono giocare interpretazioni “altre” che vanno a conformare lo statuto del readymade su di un piano “rafforzato” rispetto a quello stabilito rigidamente da Duchamp.
Difatti, nell’opera “A boccaperta”, del 2002, il riferimento principale è il concetto di readymade “assistito” coniato da Man Ray, che aveva, seguendo le asserzioni freudiane, la necessità di ricollocare l’oggetto nel luogo dove convergono i desideri.
Luogo, purtroppo, dove il conflitto è permanente ed irresolvibile. Luogo dove il fantasma del desiderio va a conformare l’epidermide del feticcio. Luogo, infine, dell’oggetto surrealista che si offre come “dono”.
Tutto ciò porta a capo e complica positivamente il nostro cammino nell’opera di Gino Sabatini Odoardi.

Rolando Alfonso
Chieti, Marzo 2010

* Testo critico pubblicato sul libro monografico “Postumo al nulla”, a cura di Francesco Poli e Massimo Carboni, ed. Lithos, Modena, 2010, pp. 202 – 203.

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