Raffaele Gavarro

L’antico e irresistibile fascino delle forme *

L’opera d’arte può essere considerata portatrice di una verità tanto assoluta quanto generale? Essenzialmente la risposta è no. Qualsiasi opera, di qualsiasi tempo, è il risultato di un punto di vista, di un’elaborazione di quella immagine del mondo che lo sguardo ha ritagliato e che il pensiero e la mano hanno poi riprodotto. Non potrebbe essere altrimenti e, soprattutto, non ci interesserebbe se lo fosse. È questa parzialità che irretisce i nostri sensi e il nostro intelletto, la dimostrazione visibile di qualcosa che non avevamo visto. Così come di contro la coincidenza con il nostro punto di vista, non può che aumentare la consapevolezza che, comunque sia, il tutto è escluso dall’accidentale sovrapposizione. È solo sulla forma che questo continuo moltiplicarsi di sguardi, intenzioni, interpretazioni e assunzioni di senso, trova un terreno comune. Come diceva Henri Focillon nel suo antico e indimenticabile “Vita delle forme”: < >. È possibile ancora oggi riflettere sull’opera d’arte attuale, partendo da questa affermazione? Certo che si. È attraverso l’imposizione della forma nello spazio che l’opera arriva all’affermazione indiscutibile della propria esistenza nel mondo. Il resto è accadimento successivo, non secondario, ma di certo conseguente. Qualsiasi esempio possibile di quello che accade oggi, è facilmente riconducibile a questa dinamica. Dalle installazioni di Martin Creed a quelle di John Bock, dai quadri di Michael Borremans ai video di Esko Mannikko, tanto per correre con la mente ai quattro angoli della scena attuale, appaiono comunque perfettamente in linea con tale approccio elaborativo e interpretativo. A questo stesso ambito, ascrivo senza dubbi quel bicchiere di Gino Sabatini Odoardi, che rappresenta più di un filo rosso nel corso degli anni e del suo lavoro. Una forma significativa, un oggetto simbolico anche in conseguenza alla precisa tipologia che è stata scelta e mai abbandonata, un semplice bicchiere da osteria. Presentato come tale, come oggetto che contiene un liquido essenziale, primordiale, fino al suo svuotamento e alla sua presentazione come forma, appunto, significativa in sé, il pensiero ha tirato una linea di formidabile continuità e coerenza ossessiva. Da quei bicchieri con un liquido che anch’esso diventava forma, inclinandosi al loro interno e annullando la forza di gravità come legge inderogabile del mondo reale, ma non di quello parallelo dell’immaginazione, a questi realizzati con il polistirene attraverso un processo di termoformatura, bianchi e disposti come su un limite tra i due spazi, Sabatini Odoardi ha sottratto elementi, lasciandosi incantare dalla forza del principio da cui era partita la sua riflessione. Il suo punto di vista è così emerso nitido nello spazio, sulla scena del mondo. Quel bicchiere è diventato il vaso di Pandora, il possibile contenitore del vuoto e del pieno che avvicendandosi costituiscono la vita. Da qui a ridare forma a tutti gli oggetti che ci circondano, naturalmente il passo è stato breve. È stato come seguire lo svolgimento naturale del concetto, lo sviluppo di una silloge logica. Dai simboli della fede come il crocefisso e il rosario, a quelli della banale mondanità come la scarpa di una donna, un orologio, un portapenne, una cravatta, le soluzioni si sono andate avvicendando senza discriminazioni, se non quella di una verifica che è anch’essa diventata ossessiva non meno della ripetizione del bicchiere da cui si era partiti. Ma oltre a diventare forma, ogni oggetto diventa qui contenitore. La tecnica della termoformatura ricalcando la forma dell’oggetto per contatto, sembra infatti lasciare un vuoto al suo posto. Quel rosario, quella scarpa diventano gusci di un mistero, perdendo l’identità e la funzione che avevano come oggetti. Nella realtà l’oggetto rimane imprigionato dalla plastica, perfettamente sigillato nella nuova pelle che ne modifica quell’apparenza oggettuale che era la sua precedente natura. Tale passaggio è ancora più chiaro nelle cosiddette sculture installative del 2005, in cui in una sorta di gioco surrealista, Sabatini Odoardi associa oggetti dalla tipologia e dalla funzione decisamente inconciliabili: una radio con un tritacarne, ferro da stiro chiodato (Cadeau) con forbici da giardino. Plateale è la macchina da cucire con ombrello (Enigma di Isidore Ducasse), che è appunto un omaggio a Man Ray. Ma ovviamente il principio surrealista è subito negato dalla perdita di valore degli oggetti come tali, a favore di un loro rinascere come forme che realizzano una sorta di paesaggio mentale inedito, definendo uno spazio che contiene un mistero che va ad intaccare la stessa oggettività del reale. Proprio qui in questo leggero e sottile discrimine tra ciò che è la realtà e ciò che non può esserlo, si muovono queste forme di Sabatini Odoardi, in una perdita consapevole di certezze che è essenza della nostra modernità.

Raffaele Gavarro
Roma, Luglio 2006

* Testo critico pubblicato sul pieghevole, ed. Museo delle Arti, Castello di Nocciano (Pe), Pescara, 2006, pp. 2-3 in occasione della mostra personale “Andate a giocare da un’altra parte” a cura di Raffaele Gavarro (4 – 27 Agosto 2006), Museo delle Arti – Castello De Sterlich-Aliprandi, Nocciano (Pescara).

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