Ludovico Pratesi

“Appunti sull’arte di Gino Sabatini Odoardi” *

L’immagine di una mano aperta con il tatuaggio di un dipinto di Tiziano, una serie di bicchieri che contengono particolari di carte geografiche, una madonnina di Lourdes in vetro riempita di vino. Sono alcune delle opere del giovane artista Gino Sabatini Odoardi, concepite come altrettante tappe di una ricerca tesa a modificare il senso del quotidiano, attraverso una ridefinizione degli oggetti comuni che prende le mosse dal lavoro di artisti surrealisti come Meret Oppenheim, René Magritte ma soprattutto Marcel Broodthaers. La volontà di conferire alla realtà più banale un significato altro, di creare un slittamento di senso tra l’oggetto e il suo posizionamento all’interno di un contesto artistico costituiscono i fondamenti del lavoro di Sabatini Odoardi.
Un lavoro puntuale e rigoroso, che trova nell’elaborazione di complesse installazioni possibilità di lettura ampie ed articolate, che spaziano dalla riformulazione in chiave neoconcettuale dei “ready-made” alle opere più recenti, dove la presenza di oggetti neopop viene ad assumere significati legati ad una visione rituale e mistica. Un percorso che comincia nei primi anni Novanta con una serie di opere legate alla pratica del “packaging”, l’imballaggio sotto vuoto spinto che garantisce la freschezza dei prodotti alimentari. Si tratta di un procedimento diffuso del mondo commerciale, trasferita nel contesto dell’arte da Cristo negli anni sessanta. Ma nell’intenzione di Sabatini Odoardi il packaging si trasforma nel desiderio di immobilizzare oggetti dalla natura precaria e volatile, come il vino, l’acqua e i propri abiti. ”E’ lo spazio della memoria, indissolubilmente legato al concetto di Postumo” spiega l’artista. Un concetto che costituisce il filo rosso della sua poetica, espresso in maniera evidente nell’opera “Nudo” (1997): un involucro di plastica trasparente che contiene gli abiti indossati da Sabatini Odoardi in un giorno di Maggio dello stesso anno. Con questo gesto l’artista capovolge il significato tradizionale della nudità, che non è più esibizione di un corpo senza vestiti, bensì la scomparsa del corpo stesso, che viene ricordato attraverso le tracce lasciate nel quotidiano. Il contenitore diventa contenuto, e il contenuto si fa pensiero: evocato, ma non rappresentato, attraverso l’opera d’arte.
Ed è proprio l’evocazione che costituisce la forza dell’arte di Sabatini Odoardi. Un’evocazione che assume significati di volta in volta diversi nell’evoluzione del suo percorso creativo. Se la memoria della pittura antica viene dissacrata e ridotta ad un semplice tatuaggio fotografato in “Tiziano tatoo” (2001), i frammenti della bolla di Celestino V che sostengono bottiglie di vino nell’installazione “Ri/evocazione” (2000) sottolineano la scomparsa di una norma che un tempo fu legge ed ora è ridotta a manufatto archeologico.
Ancora diverso è il senso delle porzioni di carte geografiche contenute in dodici bicchieri appoggiati ad altrettante mensole nell’opera “Perdersi dentro un bicchiere d’acqua”(2001), presentata al 52° Premio Michetti “Adriatico:le due sponde” al Museo Michetti di Francavilla nel 2001. Si tratta di un segnale puntato verso la relatività della geografia, basato sul concetto di confine e della sua invalicabilità , che viene quotidianamente smentita dalle centinaia di profughi albanesi che raggiungono le coste italiane su imbarcazioni clandestine. “L’opera stessa – afferma l’artista – nasce da una sensazione difficilmente traducibile in concetti chiari in tutte le sue premesse e conseguenze”. L’evocazione di segnali che si traducono in immagini caratterizzate da una voluta ambiguità concettuale è il principale punto di forza dell’arte di Gino Sabatini Odoardi.

Ludovico Pratesi
Roma, Giugno 2003

* Testo critico pubblicato sul libro monografico “Controindicazioni”, nella collana del MLAC artisticaMente n. 14, raccolta di saggi, documenti ed interviste a cura di Simonetta Lux e Domenico Scudero, ed. Lithos, Roma, 2003, pp. 35 – 37.

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