Luca Beatrice



Senza titolo
(The White Album) *

Nel 1967 i Beatles affidano la copertina del loro nuovo album Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band al pittore pop Peter Blake che inventa un’incredibile sinfonia di personaggi e dettagli cogliendo in pieno lo spirito acido ed enigmatico che sta dietro questo disco.
L’anno dopo i Fab Four di Liverpool producono il doppio LP che per certi versi costituisce la summa del loro lavoro. Ancora una cover d’artista, ancora un inglese, Richard Hamilton, ma questa volta niente colore, niente figure, nessun segno ad eccezione del timbro a secco che riproduce il logo The Beatles in rilievo. Il disco solo per convenzione è chiamato The White Album, in realtà è un Senza titolo che non vuole in alcun modo essere definito e identificato da una sola parola. Si completa così il processo di concettualizzazione: da semplice gruppo pop i Beatles aspirano a conquistare una dimensione artistica e colta, superando quella del puro e semplice intrattenimento.
Ho raccontato questo episodio che francamente non c’entra nulla con Gino Sabatini Odoardi (aldilà del fatto che egli è nato nel 1968, stesso anno di uscita di White Album) in quanto paradigmatico di un atteggiamento generalizzato secondo cui l’agire per sottrazione – e di conseguenza il liberarsi dell’eccesso di orpelli, rifiutare l’ornamento che, secondo quanto affermava Adolf Loos continua a essere un “delitto”- conferisce all’arte il diritto di cittadinanza in sfere linguistiche più elevate, indipendentemente da ciò che si dice.
Il lavoro di Sabatini Odoardi invece non necessita di particolari reti di protezione e pur muovendosi all’interno di un impianto teorico e concettuale piuttosto solido – senza troppi giri di parole lo si può evincere dalle interviste, dai dialoghi, dagli scambi epistolari dell’artista contenuti in un recente volume antologico unitamente a testi critici di Fabio Mauri, Ludovico Pratesi, Cecilia Casorati, Sabrina Vedovotto e altri autori (1) – non rifiuta aprioristicamente il rapporto con l’immagine, con l’oggetto reale e neppure con la funzione pubblica dell’immagine stessa, ben sapendo che le “cose” che un artista produce dovrebbero oggi poter superare il campo delimitato del museo o della galleria.
Prima di affrontare nel dettaglio il nuovo lavoro di Sabatini Odoardi, vorrei rifarmi a un’osservazione di Alberto Boatto, scrittore e critico cui Gino è particolarmente legato, a proposito della differenza, ideologica, contenutistica e formale tra l’uso di un segno su un campo bianco, di dominio concettuale, e di un segno su campo nero, dotato a sua volta di una forte carica psichica e immaginaria, oltre che materiale (2). Il primo si limita a esprimere un’idea, il secondo punta sulla fantasmagoria del racconto e sull’estrosità del gesto. Boatto vede come poli opposti di questo sistema duale, tra gli artisti italiani, Giulio Paolini ed Enzo Cucchi. Mi pare evidente che Sabatini Odoardi sia un erede della poetica del bianco che si muove in quella linea contemporanea di tradizione italiana del secondo novecento dove si sono espressi alcuni tra i nostri maggiori talenti, da Manzoni a Fontana, da Castellani a Spalletti, oltre al summenzionato Paolini.
Ma veniamo al dunque. Con il ciclo Termoformature, Sabatini Odoardi compie una sorta di giro di boa attorno alla propria poetica, riuscendo in un unico lavoro a comprendere buona parte degli elementi disseminati fin qui e, nello stesso tempo, ad aprire verso una nuova direzione sperimentale, soprattutto in chiave di scoperta e utilizzo di materiali e tecnologie. E’ come se l’artista avesse concepito la “sua” antologica facendo a meno del museo ma ritornando sulle migliori idee fin qui esperite. L’elemento di maggior novità è dato dal processo realizzativo di queste opere, appunto la termoformatura. Lavorando a stretto contatto con un’industria specializzata nel trattamento dei materiali plastici, Sabatini Odoardi scopre la possibilità di congelare l’oggetto attraverso il riscaldamento, ossimoro degli ossimori, approntandovi un meccanismo irreversibile che sottrae la cosa dal normale ciclo vitale – coincidente con il suo valore d’uso – e le attribuisce un valore simbolico, dunque di eternità. Il packaging che si incolla agli oggetti come una seconda pelle non cambia di stato, non si rovina, non si spacca, non perde colore, non presenta sfumature. Così è e così resterà.
Prima figura ricorrente è quella del bicchiere, immagine che accompagna Gino Sabatini Odoardi fin dai suoi primi lavori (dai disegni giovanili del 1982 alla grande installazione Si beve tutto ciò che si scrive presentata al Museo Laboratorio dell’Università la Sapienza di Roma nel 2002). In prima battuta Gino sceglie il bicchiere per la semplicità formale, per l’antiretoricità implicita, in quanto oggetto quotidiano del tutto irrilevante, a spiegarci che l’involucro formale dell’opera non deve in alcun modo prevalere sul senso, che è meglio non fermarsi al primo impatto ma cercare di indagare motivazioni meno evidenti. Direi che il bicchiere in Sabatini Odoardi equivale alla bottiglia in Morandi: scegliere un’immagine semplice e riproporre sempre la stessa significa in qualche modo “togliersi” il problema di cosa rappresentare e dunque concentrarsi sulle ragioni più interne dell’opera. Episodi di un’unica, forse infinita, serie dalle non apprezzabili variazioni, i bicchieri risultano come l’opposto del ready made. Non vogliono provocare né stupire e, dal punto di vista formale, la trasparenza si fa garante di una sorta di equivalenza tra esterno e interno. Catturati e trattenuti dal processo di termoformatura, non subiscono un’alterazione di senso ma solo di struttura. Per questo il parallelo con gli impacchettamenti di Christo, soprattutto i primi che riguardavano semplici oggetti come sedie, carretti ecc…, per quanto suggestivo risulta improponibile. In Christo l’impacchettamento porta al cambiamento dei connotati che può più o meno durare nel tempo, la copertura di Sabatini Odoardi si applica come una seconda pelle definitiva, una scelta drastica che non prevede ripensamenti.
Nuova è invece l’intrusione, in questo universo bianco sempre uguale a se stesso, senza trasparenze né sfumature, di elementi non neutrali ma che appartengono al vissuto quotidiano dell’artista, scelti per il loro valore simbolico e in quanto si pongono come oggetti di affezione, in un processo di comprensione non discostante dalle teorie surrealiste sulla casualità degli accostamenti o dei binomi, come già sottolineava Man Ray nel celeberrimo incontro tra l’ombrello e la macchina da cucire. Sacro e profano, personale e collettivo, impegnato e ludico non sono tanto l’esemplificazione di una teoria degli opposti (e infatti questi oggetti non vengono disposti secondo una gerarchia) ma ancora una volta riportati al livello denotativo e classificatorio, come quello che possiamo ritrovare nelle pagine di un dizionario.
Possibile anche un parallelo tra le termoformature di Sabatini Odoardi e le mensole di Haim Steinbach. Ma nel momento in cui decide di collocare una determinata cosa su un ripiano, l’artista americano attribuisce a essa un supplemento di senso, come un virgolettato nel testo. Ogni elemento, inoltre, si definisce per la forma, perché segue un design particolare, interagisce a pieno con la contemporaneità, evoca una data precisa che in tal modo lo identifica. A Sabatini Odoardi interessa invece il concetto di uguaglianza, di democratizzazione della visione che infatti viene ridotta ai minimi termini per mezzo del bianco. Queste sue pitture aggettanti (ecco ancora Fontana, Manzoni, Castellani…) invitano alla tattilità e il processo di lavorazione provoca una sorta di effetto ceramica pur restando in un ambito di puro antidecorativismo. Tale discesa nel bianco assoluto, oltre a suggerirmi immagini dall’ultimo cinema di Spielberg – A.I., Minority Report – in cui sembra compiersi la glaciazione definitiva dell’oggetto, mi sollecita un ultimo parallelo artistico con la fotografia di James Casebere dove installazione, oggetto, architettura e pittura scivolano in una monocromia intensa e densa di altri significati possibili.

Luca Beatrice
Torino, Novembre 2005

Note
1) Gino Sabatini Odoardi, “Controindicazioni”, Lithos editore, Roma 2003 (a cura di Simonetta Lux e Domenico Scudero).
2) Alberto Boatto, “Dal bianco al nero”, in Disegnata. Percorsi del disegno dal 1945 a oggi, cat. Essegi, Ravenna 1987.

* Testo critico pubblicato sul catalogo monografico Gino Sabatini Odoardi “The White Album”, ed. Galleria Oredaria Arti Contemporanee, Roma, 2005, pp. 39-44.

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