Francesco Poli

Il silenzio assordante degli oggetti *

Termoformatura in polistirene è la definizione tecnica del procedimento sfruttato da Gino Sabatini Odoardi per realizzare gran parte dei suoi lavori. E’ una tecnica molto usata nel campo del packaging per la protezione e preservazione di ogni genere di prodotti e oggetti, che vengono messi sotto vuoto attraverso una ricopertura in plastica perfettamente aderente alle forme. In questo modo gli oggetti (se la plastica non è trasparente) diventano invisibili e solo le loro impronte, i loro calchi in rilievo emergono in superficie.
« Nei primi anni’90 – dice l’artista – ho iniziato i primi esperimenti in sottovuoto con dei tentativi non sempre riusciti. L’esigenza era quella di ‘ibernare’ frames di vita quotidiana. Il sottovuoto ha questa grande proprietà di congelare/surgelare, bloccare/fissare, imprigionare/immobilizzare, paralizzare, un corpo mediante la sottrazione di una condizione vitale: l’aria. Una sorta di morte momentanea ».
Così descritta l’operazione sembra avere soprattutto valenze provocatoriamente antivitalistiche, ma in effetti la questione è decisamente più problematica e carica di implicazioni estetiche che hanno a che fare con il fondamentale rapporto fra arte e vita, fra forma e contenuto.
Con un artificio « plastico » tecnologicamente avanzato (rispetto alla tradizionale artigianalità artistica), Sabatini Odoardi porta a dei limiti estremi la condizione di esistenza degli oggetti che risultano così completamente estraniati dal mondo esterno di cui facevano parte. Questo straniamento li rende muti fantasmi di se stessi, annullando la loro funzione pratica all’interno di una enigmatica sospensione spazio-temporale.
Paradossalmente il processo di « congelamento » avviene attraverso l’azione del calore che permette alla plastica di appropriarsi dell’anima formale delle cose sottostanti.
Il risultato appare a prima vista caratterizzato da suggestioni neodadaiste e pop, per il tipo di materiale utilizzato e per il riferimento esplicito alle pratiche di confezionamento e imballaggio commerciali. Ma ciò che trasforma inesorabilmente questi lavori in qualcosa di altro, è l’azzeramento cromatico che crea un inquietante effetto di alienazione, che per contrasto innesca una riflessione critica sulla realtà quotidiana in cui siamo immersi, in particolare quella condizionata dall’ossessione bulimica del consumo indotta dal martellare della pubblicità. In altri termini, dunque, la fredda operazione di sottrazione di impatto fisico diretto, di messa sotto vuoto spinto di un ampio campionario di oggetti di varia provenienza, diventa un’ironica ma anche molto seria metafora che rimanda al vuoto di senso della nostra stessa società e dei suoi valori ideologici dominanti.
Che un’interpretazione in questa direzione politica e sociologica sia sostenibile lo dimostra chiaramente l’artista stesso anche con una installazione- performance intitolata Senza titolo con fantasmi (2007). In quella occasione alcuni veri venditori ambulanti africani sono stati invitati a mettere in scena il lavoro che svolgono tutti i giorni per le strade, proponendo ai visitatori della mostra la loro mercanzia posata per terra. Ma gli orologi, i cd, gli occhiali le false borse e cinture griffate, ordinatamente disposti, diventano bianchi fantasmi plastificati. Sono invisibili presenze/assenze che con il loro silenzio assordante denunciano la condizione di vita, immersa nel buio e nell’indifferenza sociale, degli extracomunitari seduti di fronte.
Oltre a quelle sociali la ricerca di Sabatini Odoardi ha varie altre implicazioni connesse alla elaborazione di una sua visione del mondo incentrata sull’universo oggettuale, che puo’ essere messa in relazione con varie « poetiche dell’oggetto » a partire da quelle di grandi protagonisti delle prime avanguardie. Per esempio : all’enigmatica e inquietante solitudine metafisica degli oggetti dechirichiani e quella più ironica degli oggetti di Magritte ; allo spaesamento concettuale dei readymade di Duchamp ; a certi « oggetti d’affezione » di Man Ray (tra cui Il mistero di Isidore Ducasse) ; alle accumulazioni di Arman ; ai raffinati assemblage, unificati cromaticamente di Louise Nevelson ; agli oggetti monocromi di Yves Klein e agli Achrome di Manzoni ; a varie modalità pop o concettuali di messa in gioco seriale di oggetti comuni ; e infine a più recenti lavori di fredda postmodernità di artisti come McCollum e altri. Naturalmente non voglio dire che Sabatini Odoardi è stato influenzato direttamente da tutti questi artisti, ma soltanto soittolineare l’appartenenza del suo lavoro a un’area fondamentale della ricerca contemporanea, quella che ha affrontato e affronta la cruciale questione del senso della realtà in cui viviamo non dal punto di vista degli individui ma da quello del sistema di oggetti a cui sono correlati e da cui dipendono per molti versi.
Nei suoi lavori l’artista ha inserito una grande quantità di oggetti (spesso creando, nello stesso pannello plasticato, delle combinazioni incongrue tipo quelle fra una biro e un limone, un microscopio e una scarpa, un statuetta di Cristo e una pipa ecc …) arrivando quasi a far credere di ambire a una defintiva e totalizzante termoformatura di tutto cio’ che ci circonda. Ma c’è un oggetto di uso quotidiano che fin dall’inizio lo ha affascinato per la sua assoluta funzione primaria. Si tratta del semplice bicchiere la cui identità è legata al fatto di essere un esempio emblematico della dialettica mai risolvibile definitivamente fra forma e contenuto, vuoto e pieno, negativo e positivo, dentro e fuori.
E con i bicchieri Sabatini Odoardi ha realizzato forse i suoi lavori di massima tensione estetica. E questo il caso anche della recente installazione Senza titolo in fumo (2008) dove su una serie di mensole sono collocati dei bicchieri, tutti uguali fra loro, riempiti con della polvere nera di grafite, e accompagnati da una sequenza di foto di varie fasi dello svilupparsi del fumo prodotto da un processo di combustione. Si può immaginare che le grigie volute di fumo siano state disegnate con la graffite, e i bicchieri possono essere interpretati nei modi più diversi, al limite anche come singolari urne funerarie di una cremazione.
Il tema della morte entra in gioco esplicitamente in un’altro recente impegnativo lavoro che si propone come una melanconica meditazione sulla perdita definitiva dell’identità determinata dall’inesorabile corrosione del tempo che avviene anche nel luogo deputato alla conservazione della memoria di chi non c’è più, vale a dire il cimitero. L’artista ha fotografato molte lastre di marmo di modesti loculi, dove date e nomi sono ormai scomparsi o ridotti in frammenti illeggibili. Facendo riferimento a queste foto l’artista ha realizzato una sequenza di 19 pannelli a parete, delle « pseudolapidi » in polistirene bianco che inglobano solo delle cornicette ovali vuote e delle scritte frammentarie incomprensibili che assomigliano « a codici fiscali drogati da un tempo impaziente ». Il lavoro si intitola « Senza titolo », nel senso di un’assenza di identità sotto vuoto spinto.

Francesco Poli
Torino, Giugno 2009

* Testo critico pubblicato sul volume monografico “Postumo al nulla”, a cura di Francesco Poli e Massimo Carboni, ed. Lithos, Modena, 2010, pp. 11 – 14.

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