Fabio Mauri

La sostituzione di una scena insostituibile *

Gino Sabatini Odoardi è molto preciso, una qualità. Là dove sembra esserlo meno, dove assume l’incertezza, o l’incedere più instabile e organico degli elementi naturali, Gino è impeccabile. Nell’ombra concreta della “scala”, una fra le opere che amo di più, l’impalpabilità di un fenomeno, di un’ombra che deve esserci, ma non c’è, è dipinta, Gino coglie numerosi temi e li espone come dilemmi risolti. Con semplicità conferisce manualità a l’immagine, una fantasticheria operata su la percezione abituale delle cose. E’ un’acrobazia del linguaggio. Gino vi compone sostituzioni emblematiche, discretamente l’arte entra in campo e conduce il significato.
Qualcosa di simile avevo notato nelle sue prime opere. Un indumento si traduceva in una reliquia, nella consumazione e fragranza di un’antichità e una sacralità consolidate.
La trasformazione di un materiale, nelle tecniche linguistiche, produce un percorso stupefacente verso l’identità poetica. E’ l’immateriale trasformazione di una materia in un simbolo, che si svela proceduralmente. Un nascere e crescere a vista.
La necessaria violenza su la materia fa emergere la strategia di un pensiero, la forza congiunta, mentale e manuale, al fine di costruire la ‘cosa’, nota o riconoscibile, integralmente nuova. Produce ‘meraviglia’. In altri tempi tale procedimento veniva proposto come fine ultimo dell’esercizio espressivo. In cima fioriva il senso gratuito, ma pertinente, della poesia.
Sabatini Odoardi coltiva un pensiero costante su l’andamento delle cose, a cominciare dai fenomeni più elementari, segnalando il suo tipo di osservazione, coinvolto e distanziato. Un cerchio che si apre, costruendo riflessioni ellittiche superiori. E’ la sua postazione cognitiva: la feritoia di un gabinetto sperimentale quasi scientifico, da cui Gino con mira coglie il mondo e ne fa un uso consequenziale logico, prettamente intellettuale.

Gino per me è un classico, caso raro. Deferente verso l’azzardo del pensare daccapo, cui l’attività poetica sospinge chi vi si accosta sul serio, ha un ‘a che fare’ frontale con il linguaggio. Il pensiero vi si rivela inflessibile, un minerale, alla pari del linguaggio cui si arrende, ma permane duttile, cioè dialettico, come ogni elemento della terra.
Il giovane artista mette l’intero mondo in un bicchiere. Qualcosa da bere, di cui avere rispetto, un vino buono o infido, inchiostro da sorbire senza timidezze, materie prime di un intelletto prioritario, cui Gino dà molto ascolto o, semplicemente, gli è fedele.
La registrazione di una cultura artistica e insieme ambientale, ciò che gli è intorno, Gino lo respira fisicamente. La sua azione rinvia a una scena non generica di un mondo oggettivo. Può essere criticato, mai cancellato. Non accade mai. E’ un lavoro che opera con fermezza nella manipolazione di una scena insostituibile.
L’opera circola in un paesaggio concreto, voglio dire. Un circuito d’obbligo vi impone il significato. E’ la materia, o scena, consapevole, di ogni sua azione espressiva.
Ne deriva che la sua può sembrare la mano di un conservatore di avanguardia, in un rapporto spregiudicato con le cose di un mondo tendenzialmente stabile. Di estrema avanguardia, se il termine indica la misura vigile dell’economia linguistica in una libertà operativa senza limiti.
E’ il modo legittimo di tradurre il caso di una nascita (la propria) nel destino del significato, quello della propria formazione (stavo per dire ‘formulazione’).
L’azione di Gino né è consapevole. Persegue dal vero i tratti di una mente, la sua, che non inurba più di tanto. La sua arte non è un luogo artificiale, ben collocata, e ben fatta, vigile, il camino acceso. Non è mai senza coordinate stellari, mai proiettato nella toponomastica dei ‘non luoghi’ di chiara fama. Si compone come tracciato di una persona, esente da ribellioni generazionali, con uso nitido dell’economia di un linguaggio non locale, fin dall’inizio esperto.
Penso e dico, Gino è un classico. Un giovane classico che parla il “moderno” con accento proiettivamente gergale, se fideisticamente concluso, sintatticamente già divenuto ‘lingua’. Un’attitudine ‘romanza’, da indagare.

L’Abruzzo è un paese complesso. Sabatini Odoardi vi è nato: paesetti asiatici convivono con paesetti svevi, su per le montagne, dovuti a schiavi fuggiti ai pirati, e soldati disertori. Una terra ferma, tra colline grigie e verdi, come scogli molto segreti, molto pieni di sirene.
La lingua di Gino opera come un’assunzione storica oggettiva.
L’Italia ‘provinciale’ entra in scena. Basta affrontare un qualsiasi percorso montuoso per comprendere il contenuto non di proscenio ma prospetticamente scenico del retroterra italiano. Un borgo o una cittadina, relativamente piccola, relativamente grande, che sa di esistere. Non senza presunzione, quasi obbligatoria in un’esperienza così variegata e complessa, ma completa. La provincia moderna restituisce, con dolcezza a portata di mano, ciò che toglie in eco e frastuono. Un che di preservato, è la vita stessa, di avventuroso nelle escursioni estere, tutte immancabilmente con ritorno. Il luogo di origine vi è fondamentale. Nato e cresciuto in più città d’Italia, io ne ho ammirazione. Non è un nuovo strapaese, la provincia italiana da tempo è internazionale. E’ il vero luogo della vitalità nascosta. Quasi vi si dimostra, dal gelato salubre alla mostra d’arte, alla cura spesso perfetta dei ruderi, ai concerti esemplari, alle frequentazioni, una vitalità più interna, continentale, non esattamente urbana. La riflessione, il colloquio, sono edotti e profondi. La natura non vi è scomparsa. La cultura, anche moderna, non giace in una linea remota di orizzonte, fa capolino per le strade medievali o seicentesche. Parlo dell’Aquila, Abruzzo, ma si pensi alla Puglia, alla Sicilia, alla Calabria. Nell’attualità dei suoi abitanti è visibile un gene in palese crescita.
Mi auguro spesso che l’Europa diventi la più grande provincia d’Europa, di una storia che ha generato e patito, ma che ne configura immancabilmente l’identità, spesso eccellente, spesso malvagia, senz’altro profonda, di una natura coinvolta nella passione dei secoli. L’Europa ha creduto, a proprie spese, nell’uomo e nel mondo, in una parola nel potere della civiltà.
Un percorso da cui nessun indigeno, credo, può stimarsi estraneo, senza destare immediati sospetti di autismo storico, forse reazionario, forse mondano, forse velleitario: una moderna inverosimiglianza.

La volontà di Gino di inquadrare e organizzare linguaggi e impulsi della sua epoca, come sinonimo del suo concreto stare tra le cose, mi sembra poeticamente persuasiva. La sua applicazione persiste gentile, ed è una forza così decisa, che è persino ossessiva nel ritmo continuo.
Del mondo intorno produce una planimetria intelligente. L’io discreto, ma esigente, intransigente, di Gino, disposto e indisposto, un carattere forte, è la replica non elusiva agli interrogativi dell’insieme sostanzialmente informe che circonda lui come tutti, nella ricezione di un io deciso ad essere mentalmente ordinato, che è il suo.
La buona volontà in arte non gode d’obbligo il giusto premio. In questo giovane artista si traduce in un metodo, anzi, senza ombra di dubbio, in un talento decisivo, di natura razionale.
In una frase, o una sola parola, Gino svolge un discorso. Le sue opere rispondono a una proposizione che ha un termine precedente e un termine successivo, come nelle sequenze matematiche.
E’ il suo racconto concettuale, di sicuro un percorso, che acquista peso quanto più disegna il suo campo, le mura di una storia.
L’intuizione della meta come tragitto della poesia è noto, ma qui un dato poco comune, di ricerca nitida di verità, se posso usare il termine, è previsto. Si fa sempre attendere. Qualcosa di non secondario. Si avvicina ogni volta in modo stabile ma irrequieto, ancorato e aperto, però risolto, caso per caso. Sabatini Odoardi non rinuncia intellettualmente all’intendimento felice della vita. Non patisce la modernità, né la giovinezza, tende a dominarle con ragione.

Il problema, più che le antinomie, sono le navigazioni. Un poeta sa navigarvi in mezzo, per un’idea dominante, il fine occulto di esprimere in una lingua fedele e affidabile l’esperimento di una vita come vera esperienza.
L’arte ne ha libero accesso. Crede al linguaggio e, glielo deve, al mondo. Per forza, dico, oltre che per l’indelebile inclinazione ad esservi. L’arte, la più suicida, lavora per conto terzi. Un patto biologico con il linguaggio ne garantisce la facoltà e un’ombra finale di potere. Per sé, per gli altri, e per chi non so. Sostiene, quando riesce, la gratuità del suo esistere, ma sembra annoverarsi tra le azioni meno gratuite della terra. Tende a sostituire l’insostituibile: il mondo come è, compresa l’immaginazione di ogni altro mondo immaginabile. Le è proprio.

Mi accorgo di star disegnando in modo troppo rapido il tavolo del gioco. Per spiegarmi meglio dovrei ricominciare daccapo. Chiedo scusa.

Con intuito d’artista, l’intelligenza di Sabatini Odoardi conosce tale situazione dell’essere.
Esistente e inesistente, virtuale e concreta, certa e insicura, pura metafora o dato elementare, realtà fisica, l’arte e la realtà si scrutano con occhi opachi. Schermi o superfici estranee ed affini. In mezzo è l’artista o il ritratto d’’artista’, (non trovo altro termine idoneo), immagine o figura teoricamente riflessa sul serio esistente o, ed è uguale, esistito.
Risiedere nel contrasto dei molti crocevia, restarvi in piedi tra le asperità del percorso è uno dei compiti abituali dell’arte.
Gino è bravo, è un fantasioso centrattacco (fa parte della sua biografia la vita da giocatore di football: vi si manteneva agli studi).
Non l’ho mai visto giocare, l’ho visto esprimersi.
Posso immaginare come gioca, i suoi goals li ho contati.

Fabio Mauri
Roma, Giugno 2003

* Testo critico pubblicato sul libro monografico “Controindicazioni”, nella collana del MLAC artisticaMente n. 14, raccolta di saggi, documenti ed interviste dell’Università “La Sapienza” di Roma, a cura di Simonetta Lux e Domenico Scudero, ed. Lithos, Roma, 2003, pp. 29 – 33.

* Testo critico pubblicato sul catalogo monografico “Postumo al nulla”, a cura di Francesco Poli e Massimo Carboni, ed Logos, Modena, 2010, pp. 195 – 196.

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