Angela Vettese



Adriatico: le due sponde *

Le città nascono sui fiumi e le civiltà attorno ai mari, ma questa attitudine naturale viene sovente compromessa dalle stratificazioni del decorso storico. Ci sono artisti visionari che raccontano come potrebbe essere il mondo se, con un balzo del pensiero, lo disegnassimo in modo diverso da come ce lo presenta appunto la storia. Anni fa incontrai il lavoro di Peter Fend, americano, la cui ossessione risiede nel reinventare i confini politici in relazione a una risorsa economica nuova: l’acqua del mare, trattata come fonte di vita mediante organismi in grado di fornire energia. Visivamente, le sue opere consistono in grandi mappe geografiche ritagliate attorno ai bacini idrici e senza tenere conto dei confini esistenti. Così gli Stati vengono ad adagiarsi attorno ai mari, utilizzandoli come il proprio cuore piuttosto che come limite.
E’ da queste immagini che ha preso forma l’idea di una mostra attorno al tema dell’Adriatico. Un bacino così piccolo e chiuso da rendere in apparenza assurdi i conflitti che lo anno attraversato; una madre che ha avuto molti figli e molto diversi tra loro, ma pur sempre generati a partire da uno stesso bagaglio. D’altra parte la storia stessa dell’Adriatico ci racconta di quanto labili ne siano stati i confini: ci sono famiglie, in Istria, che in un secolo hanno cambiato nazionalità quattro volte senza mai muoversi dalla loro casa.
Vista da qui, dall’Italia, non possiamo non ricordare la questione del confine orientale: Venezia fu capitale delle coste dalmate e croate, come ancora ricorda l’architettura di Dubrovnik e Spalato. Quando l’impero austroungarico fece sue quelle terre, l’irredentismo che spinse alla prima Guerra Mondiale volle Trieste Italiana; e molti ancora ricordano in Friuli, quanto fu sanguinosa tra il 1943 e il 1945 la lotta tra partigiani antititini e coloro che volevano un’annessione del territorio alla Yugoslavia. Ora siamo di fronte a un altro episodio, differente nei modi ma non meno drammatico: la Yugoslavia di Tito e l’Albania comunista si sono dissolte sotto il peso delle loro diversità interne, degli interessi economici occidentali e della caduta del ruolo di cuscinetto tra un Europa capitalista e una, quella orientale, comunista. Rigurgiti di sedimentazioni storiche molto antiche, come la stessa divisione tra un’area cristiana e un’area mussulmana, hanno condotto al riassetto cruento di una zona da cui molti cercano di fuggire.
Così, mentre i ricchi italiani veleggiano ogni estate verso il Quarnaro e le isole Incoronate, gli albanesi e kossovari soprattutto, ma anche gli sloveni, i bosniaci, i serbi, i macedoni e i croati tendono ad arrivare in Italia sperando in condizioni di vita migliori di quelle che, in questi anni, hanno offerto i loro paesi in lotta: in una forma o nell’altra, le commistioni e i travasi continuano. Le due sponde dell’Adriatico dialogano, insomma, attraverso i velisti e gli scafisti, i commerci e le continue migrazioni di idee non meno che di persone. Nei film di Emir Kusturiza spira lo stesso vento di follia che, più pacifico, animava le pellicole di Federico Fellini; le sonorità di goran Bregovic tornano nei musicisti d’avanguardia italiani come Vinicio Capossela, che ha suonato con una banda macedone.
Quando agli artisti visivi, è sufficiente il nome di Marina Abramovic, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 1997, per ricordare quanto abbia dato la cultura balcanica non solamente all’Italia, ma all’intero contesto internazionale. Tuttavia, proprio il nome di Marina Abramovic introduce uno dei nodi spinosi della questione: se Peter Fend suggerisce un mondo utopico, Marina Abramovic ci riporta per terra. Ci racconta il senso di colpa e i conflitti relai, cose che non si possono cancellare con un passaggio di spugna: non a caso nella performance Balkan Baroque l’artista serba ha passato vari giorni a lavare ossa insanguinate, seduta su un grande cumulo di femori e visibilmente troppo piccola e sola per portare a compimento il lavacro sacrificale.
Se l’Adriatico è dunque una grande madre, tra i fratelli volano ancora coltelli e non è facile metterli insieme a tavola. Fuor di metafora, non è sempre stato semplice fare accettare questo banchetto comune agli inviati. Per esempio l’artista di maggiore successo internazionale recente, la slovena Marietica Potrc, si è negata all’invito con cortesia: sostiene di sentirsi un essere umano molto prima che una persona legata a una certa nazione. Le si può dare torto? Talvolta i lacci imposti dal territorio di provenienza sono così speciali e forti che non si vede l’ora di sganciarsene.
Resta però la linea generale della rassegna, che intende porsi come un confronto a convivio, come una piccola interrogazione sul presente, come un quesito aperto su quanto stia accedendo all’Italia come paese abituato a pensarsi “occidentale”, ma rivelatosi improvvisamente vicino a quell’area balcanica che a lungo aveva percepito lontana. In effetti Italia e Balcani condividono l’essere sempre stati crinali strategici e, quindi, dei territori di frontiera.
L’esposizione è centrata su artisti giovani: quelli che, se italiani, non hanno mai visto una guerra; se sloveni, croati, serbi, bosniaci, albanesi, hanno invece respirato aria di bombe, disgregazione, fine dell’utopia; di qua la coscienza critica del consumismo, di là il desiderio di raggiungerlo.
La partecipazione italiana è stata scelta cercando di rispecchiare queste relazioni, ma a seconda dei casi in base a criteri diversi. Per Guglielmo Aschieri e Claudia Losi, l’invito è stato dettato da un lavoro specifico che gli artisti vanno facendo da anni in relazione ai territori balcanici: il primo si è confinato volontariamente vicino a Otranto dove arrivano i clandestini albanesi, traendone spunto per i suoi quadri. La seconda ha realizzato le sue opere pensando alle ricamatrici serbe che realizzano i suoi progetti. In altri casi, come Paola Pivi, sono stata colpita da un’opera: il suo stivale di cuoio, su cui sono stati attaccati gli stemmini delle località turistiche, ha a che fare con gli stereotipi di cui siamo schiavi noi abitanti del cosiddetto “bel paese”; inoltre sottolinea la tensione che, anche nel contesto di uno Stato apparentemente pacifico, pervade le relazioni tra differenti regioni. Di Marcello Maloberti ho scelto un’opera che rievoca il mare nel suo essere balneare, ma anche nel suo proporsi come luogo di transito incerto, di valigie, di immigrazione senza pace.
In altri ancora ciò che mi sembrava importante sottolineare era, appunto, la conflittualità interna del nostro Paese, forse poco appariscente ma palpabile: lo squallore descritto da Botto & Bruno; l’inquietudine messo in scena da Daniele Puppi; l’acuirsi di zone di sensibilità microemotive nel caso di Eva Marisaldi; la capacità di creare e descrivere relazioni solo apparentemente serene nel lavoro di Annie Ratti; il perdersi in una ricerca d’identità individuale quasi folle, comunque sganciata dalla realtà, nelle immagini di Ottonella Mocellin; la versione più soffice di questo distacco dalla realtà e del potere di un’immaginazione che sfiora tanto la favola infantile quanto la fantascienza, nei quadri di Stefania Galegati; e ancora una fantasia aiutata dal computer, dalla tecnologia, dalla scienza nelle opere di Vedovamazzei; il legame con un mediterraneo solare, ma sempre anche misterioso, nei quadri e nelle sculture di Filippo La Vaccara; la messa in scena di un’ossessione nelle opere oggettuali di Gino Sabatini Odoardi; la terapia solitaria e l’esorcismo del mondo esterno resi visibili dai calendari inesorabili segnati a penna da Letizia Cariello su ogni sorta di superfici vissute: divani, scarpe, lenzuola, persino la propria pelle.
In ogni caso, questi lavori denunciano un tipo di struggimento o di emozione che non sarebbe possibile avvertire in un Paese in guerra: per la prima volta nella sua storia, l’Italia esce da un lungo cinquantennio di pace. Possiamo ascrivere a questa condizione il disorientamento ideologico, la demotivazione giovanile, la corsa verso un benessere che è ciò che muove l’immigrazione, l’espandersi di quella nostra attitudine all’immagine che è sfociata nel “made in Italy” e che ha radici antichissime (Roma? Giotto? La Controriforma?), ma che non avrebbe fiato per svilupparsi in un contesto in cui fosse saliente la lotta per la sopravvivenza.
Messe le cose in questi termini, con la sponda povera e l’altra ricca, una in guerra e l’altra in pace, l’una divisa e l’altra unita, si direbbe che gli artisti italiani vivano una condizione di più facile visibilità internazionale. Non è così: a prescindere dalla lista di artisti che questa mostra propone (ma lo si evince anche sfogliando i curricula di questo catalogo), gli artisti balcanici godono, rispetto a quelli italiani, di un’attenzione più profonda e ripetuta da parte dei curatori internazionali. Forse le loro immagini sono più forti di quelle degli italiani e non ci sarebbe nulla di cui stupirsi: i conflitti agiscono come detonatori delle energie creative e i mutamenti veloci portano a una consapevolezza maggiore della propria forza spirituale. Ma si potrebbe anche pensare che, nel vento di multiculturalismo e globalizzazione che ormai spira da anni, la cultura del centro prediliga l’esotico e il nuovo. L’Italia certo è periferica, ma non esotica. In questa prospettiva e nel sospetto che esista un nuovo colonialismo culturale, gli artisti balcanici sarebbero l’oggetto di una strumentalizzazione dalla quale dovranno difendersi.
Mi sembra dunque opportuno chiudere queste riflessioni chiarendo, ancora, che le ragioni di questa mostra nascono dalla costa che la ospita: non a caso già nel 1973 il Premio Michetti fu dedicato a un simile confronto, e sarebbe anzi interessante paragonare i cataloghi per vedere da vicino che cosa sia accaduto nel frattempo. Ma la rassegna si è nutrita anche di alcune domande che pongo, senza alcuna risposta preconcetta, a me stessa, agli artisti invitati, ai critici che hanno contribuito alla mostra e al suo pubblico: cosa genera la differenza tra i territori? Quanto è grande un territorio: come un Paese, una città, un quartiere? Cosa può fare l’arte per ripensare la geografia in modo pacifico? E infine, l’arte ha a che fare o no con il luogo in cui nasce? Può liberarsene? Deve?

Angela Vettese
Milano, Giugno 2001

* Testo critico pubblicato sul catalogo “Adriatico: le due sponde”, ed. Charta, Milano, 2001, pp. 11 – 18, in occasione del “52° Premio Michetti” a cura di Angela Vettese (23 Giugno – 30 Agosto 2001), MuMi Museo Michetti – Francavilla al Mare (Ch).

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